diBURKE Il saggio che ogni manager, lavoratore dipendente, funzionario, professore soprattutto universitario dovrebbe tenere sul comodino e leggere, rileggere, compulsare fino alla consunzione delle pagine è l'ultima uscita della casa editrice Cantagalli di Siena: «Otium e culto» di Josef Pieper. L'autore è un gigante della filosofia europea. Cattolico, allievo di Romano Guardini, tomista alleato della modernità, un amico naturale di Benedetto XVI. Con questo libretto, uscito per la prima volta in traduzione italiana nel 1956 - l'anno della rivolta di Ungheria soffocata nel sangue dal regime totalitario sovietico, e della fuoriuscita di molti intellettuali comunisti dal PCI, a cominciare da Lucio Colletti -, Pieper riapre la riflessione classica sull'«otium», in un mondo già largamente colonizzato dal «panlavorismo», dal totalitarismo mercantile e produttivistico. Sia in Occidente che oltrecortina. Un illustre editorialista di questo giornale, Augusto Del Noce, era dalla parte di questa sponda teorica e, con questa posizione, sparigliava certamente le carte degli opposti estremismi ideologici. Siamo, dunque, all'interno della regalità cattolica, laica ed europea del pensiero. Qual è il punto dal quale prendere le mosse? Intanto, il lavoro molto di più del mondo delle cose e della produzione economica; esso connota - ben più radicalmente - l'universo dei significati umani. Affermare ciò non è cosa scontata. Al contrario, significa situare il lavoro nel cuore di un cosmo che inscrivibile soltanto nel modo di essere dell'uomo, di più: di un «io» determinato che agisce sì come homo faber, ma, proprio per ciò, riscoprendosi attore della storia come tale. Dunque: dal lavoro, microcosmo soggettivo, alla storia universale, macrocosmo che sfugge alle determinazioni categoriali di ogni individuo e tutte le ricomprende in modalità spesso inafferrabili. Questo è il mondo del lavoro come co-creazione dell'universo da parte dell'uomo. Pieper - come annota Raffaele Iannuzzi nella prefazione - muove da questo nucleo originario, biblico-cristiano-occidentale. Quando questo diagramma cessa di essere l'orizzonte dell'agire umano, allora si cade inesorabilmente nella demonìa dell'«alcolismo da lavoro», si diventa «work alcoholic». Nel linguaggio comune: si vive per lavorare. Il lavoro, così, diventa altro-da-sé, un' «altra» cosa, un modo per «distrarre» l'uomo dal centro della vita. Distrarre, non attrarre, come invece dovrebbe fare il retto ordinamento del lavoro come assetto equilibratore dell'esistenza. L'«otium» rappresenta l'ago della bilancia della vita umana e non la mera contrapposizione al lavoro come universo totalitario e totalizzante dell'esistenza individuale. L'«otium» non può tradursi in «ozio», ma in «cultualità» della vita, la mappa dei significati riordinante i fondamentali dell'esistenza. «Culto», poi, è radice di «cultura», dal verbo latino «colere», coltivare, il lavoro dei contadini e degli uomini realizzati. Non «di successo» ma «realizzati», compiuti, attratti da quel Centro vitale che tutto costituisce e rilancia. Il fondamento di questa concezione e vitale realizzazione è Dio. Quel Dio che si è fatto carne per implicarsi fino alla morte con noi. Quel Dio che già la Bibbia definisce «amante della vita». Spiega Pieper: «Lo scopo precipuo di questa trattazione non è quindi di ordine strettamente pratico. A conclusione azzardiamo una nota di speranza: ci auguriamo cioè che, in questo campo, non si attendano realizzazioni decisive dall'azione, ma piuttosto dalla conformità alle disposizioni divine». Che è poi il modo migliore per realizzare «praticamente» qualcosa, ben oltre i confini materiali prefissati. È l'immagine teologica del culto e della festa come laboratori della ri-creazione dell'umano che abita in noi. Pieper richiama l'Incarnazione del Lògos. Cosicché gli uomini, «nati al lavoro», vengano «tolti dalla fatica penosa della giornata lavorativa e assunti in una festa senza fine». E così «portati al centro del Mondo».
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