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SuperPinocchio

seguedalla prima di ANTONIO ANGELI In fondo il buon Pinocchio è stato uno studente a dir poco mediocre, praticamente un somaro, un giovane ingenuo e avventato e, naturalmente, un'inguaribile bugiardo. Ma ogni volta che è apparso al cinema, anche in versioni, diciamo, poco appassionanti (come quella di Benigni), alla fine il suo successo lo ha avuto. In televisione non ne parliamo: ha battuto in ascolti tutto quello che si poteva battere, comprese le partite di calcio e il Grande Fratello. Nel suo "mare naturale", l'editoria, è da sempre un successo senza pari. Diciamolo chiaramente: Pinocchio, immortale personaggio di Carlo Collodi, è l'italiano più famoso al mondo, con buona pace di Leonardo da Vinci, Alessandro Marconi e Andrea Bocelli. Visto che a pensar male si fa peccato, ma di solito ci si azzecca, c'è da credere che quel burattino che le spara grosse, che si bea della sua ignoranza, che si fa infinocchiare da due ladri di polli come Il Gatto e La Volpe piaccia proprio perché è così: italiano fino al midollo, anzi, come il mondo vede, e in fondo vuole, gli italiani: ignoranti e geniali, astuti e creduloni e soprattutto bugiardi, anche se con grazia e innocenza. Per queste, e molte altre ragioni, sarà senz'altro un successo la nuova pregevolissima edizione di «Le avventure di Pinocchio - Storia di un burattino», 390 pagine di una carta che è un piacere toccare a popolarissimi 16 euro, proposto da Mondadori nella collana Biblioteca dell'utopia, la più prestigiosa della storica casa editrice. La Biblioteca dell'utopia offre grandi classici e così il burattino adesso si ritrova tra Dante Alighieri e Giordano Bruno, tra Karl Marx e Friedrich Engels. Pinocchio mantiene altissimo il livello della collana e appare anche molto attuale, sicuramente più che gli ultimi due autori citati. Non male per uno che non è riuscito nemmeno a fare la prima elementare. Il volume, curato da un appassionato bibliofilo come Marcello Dell'Utri, offre la prima edizione pubblicata, datata 1883, è arricchito da una preziosa biografia di Collodi e si conclude con un «Elogio di Pinocchio» e un «Elogio di Collodi». Una vera bellezza. Il «Pinocchio» pubblicato da Mondadori è un'iniziativa culturale di altissimo livello. Non si può avere nulla contro le edizioni per ragazzi, i riassunti e le riscritture semplificate che tanto spesso troviamo in libreria con illustrazioni, qualche volta belle e qualche volta un po' incerte. Ma l'opera integrale di Collodi, vale la pena di dirlo, non si batte. Troppe volte sugli scaffali delle librerie abbiamo trovato un Pinocchio, semplificato, liofilizzato, «americanizzato». Per carità, nulla contro il bel pupazzetto disegnato da Walt Disney per quel cartone animato del 1940 che tanto ha contribuito a consolidare la fama della fiaba italiana. Il Pinocchio disneyano propone molte delle emozioni create da Collodi, riesce a divertire e a commuovere. L'opera letteraria, però, è un'altra cosa, è, in qualche modo, l'immagine stessa del travaglio del nostro Bel Paese. I vari riferimenti ai giudici, ai carabinieri, alla vita contadina e agli zecchini, quanto piacciono quei zecchini, collocano la fiaba in un'Italia immaginaria, ma realissima. Un'Italia forse più reale di quella vera: fatta di campi e piccoli comuni, di una povertà dignitosa e orgogliosa che trova il suo riscatto nell'amicizia e nel lavoro. L'Italia di Pinocchio non è l'Italia divisa dei vari regni e non è il Paese del dopo Unità: la favola non riflette le realtà storiche e geografiche, ma solo quelle del cuore. Allora, forse, nonostante gli zecchini, siamo già nel Pese di Crispi, Starabba e Giolitti, che non è realmente unito, ma un'idea, un riferimento geografico, un recinto con dentro tante cose diverse. E per forza questo suo piccolo abitante, appunto Pinocchio, riflette il senso di disordine esteriore con un disordine interiore. Che lo rende più che mai simpatico. Invece il suo alter ego, il Grillo Parlante, quello delle certezze incrollabili, della prudenza e delle decisioni ragionate è stato sempre visto con antipatia. Per forza: tutto sembra meno che un italiano.

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