diANTONIO ANGELI Una saga enorme, nella quale si intrecciano vite sospese tra il Vecchio Continente e l'America. La storia parte dal 1911, sei anni prima della Rivoluzione d'Ottobre. La penna dell'autore inizia dall'Inghilterra, dove il 22 giugno Giorgio V viene incoronato nell'abbazia di Westminster a Londra. Quello stesso giorno ad Aberowen, nel Galles, Billy Williams compie tredici anni e va a lavorare in miniera. Intanto Lady Maud Fitzherbert, focosa sostenitrice del diritto di voto alle donne, si innamora dell'affascinante Walter von Ulrich, spia tedesca all'ambasciata di Londra. Le loro strade incrociano quella di Gus Dewar, giovane assistente del presidente americano Wilson. Ed è proprio in America che due orfani russi, i fratelli Grigorij e Lev Pevkov, progettano di emigrare, ostacolati però dallo scoppio della guerra e della rivoluzione. «La caduta dei giganti» è un'opera epica che apre le danze di una grande trilogia. Ken Follet ha iniziato a raccontare la «sua» storia d'Europa. Che dovrà fare i conti prima con Lenin e poi, dal 1924, con «il compagno d'acciaio»: Stalin. Da San Pietroburgo a Washington, da Londra a Parigi il racconto si muove incessantemente fra tragedie personali e intrighi internazionali. Ne sono protagonisti ricchi aristocratici, poveri ambiziosi e donne coraggiose, con le conseguenze della guerra che rende tutto rovente, tanto per chi la combatte che per chi resta a casa. Follett è uno che racconta amore, avidità, ambizione e vendetta. E più o meno fa lo stesso John le Carré, anche se in altre epoche e in altri tempi. «Il nostro traditore tipo» è la storia di un russo di nome Dima, rozzo eppure affascinante, che possiede una tenuta sull'isola di Antigua. Le Carré proietta i lettori in un'avventura dove i protagonisti si trovano nel mezzo di una battaglia tra i servizi segreti britannici è l'uomo più abile a livello mondiale a «lavare» denaro, trasformando capitali sporchi in fondi perfettamente legali e riciclati. Si vola da una prigione sotterranea alla finale del torneo del Roland Garros a Parigi e infine si viene catapultati in uno chalet sulle Alpi svizzere. La posta in gioco è la vita, tra i volti nuovi della mafia russa che vanno a caccia di una «faccia pulita» per potersi presentare nei mercati di tutto il mondo, intrecciando i loro affari con quelli delle multinazionali e inevitabilmente con la politica degli Stati. Da Follett a Le Carré: dalla vecchia Europa al Nuovo Mondo con in mezzo un buon ventennio di spietate dittature. La vecchia Russia, descritta nel grande affresco di Follett e la vecchia Europa sembrano mondi maledetti, abitati da poveracci condannati a spaccarsi la schiena in miniera a prescindere dalla loro volontà o dalle loro capacità. Una condanna che permette a una ristretta élite, appunto quei «giganti» del titolo, di vivere in un mondo di oro e cristallo. Un mondo che, alla fine, sarà condannato a bruciare precipitando nella più spietata delle dittatore. Una dittatura che avrà fine dopo un'immane sofferenza e il sacrificio di moltissimi. Ma a vedere il mondo che dipinge le Carré, di fantasia ma non troppo, l'epoca delle dittature non è poi tanto da rimpiangere. I grandi tiranni del Novecento hanno ceduto il passo a famelici trafficanti che, sopravvissuti al crollo delle ideologie, hanno un solo idolo: il denaro. E per questo sono disposti a qualunque confronto. Un mondo talmente duro, ingiusto e brutale che fa tornare alla mente la battuta dei vecchi «rossi» italiani: «Ha da veni' Baffone». E a vedere gli adoratori del dio danaro di oggi c'è da dire che qualcuno Baffone se lo merita pure.
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