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SENZA

Complicedel piccolo «miracolo» realizzato dai due autori è il fatto che parlano dell'Italia che, nel bene e nel male, è sempre un bel parlare. Dato per scontato che l'Italia, economicamente e socialmente, è in crisi, e che la crisi in molte situazioni si trasforma in tragedia, per sfociare infine nel grado ultimo che è la farsa, i due autori hanno cercato di capire il come e il perché. Abravanel è un ingegnere, D'Agnese un fisico. E certo non serve di meno per «fare l'autopsia» alla tragedia-farsa italiana. Compito al quale i due si sono accinti con estremo piglio scientifico. Abravanel e D'Agnese puntano il loro obiettivo su un problema specifico: quello delle regole. Definiscono la crisi italiana, che è sì economica e sociale, ma ha risvolti in tutti i campi dello scibile umano, «il circolo vizioso delle regole», che rende impossibile qualunque serio progetto di riforma. Insomma la vera iattura italiana è, prima di tutto, che ci sono troppe regole. Per lo più sono inutili, generalmente sono sbagliate. Servono solo a complicare la vita alla gente e nella loro «mole» coprono quelle «quattro regolette» realmente importanti che dovrebbero essere seguite per una società più semplice e giusta. Con regole sbagliate l'economia non si sviluppa, perché le imprese «piccole, brutte, anzi bruttissime» fanno concorrenza sleale a quelle innovative. I due, con vari esempi, dimostrano che seguire le regole non solo è giusto ed evita sanzioni di vario tipo: è soprattutto conveniente. In Italia, bella scoperta, a fronte di tal massa di regole sconclusionate, ognuno fa come gli gira. E sul come e perché di questa situazione, che mantiene il nostro Paese in un eterno pantano, gli autori spendono parecchi capitoli e un mare di cifre: la «macchina» giustizia ha i tempi del Gabon, con rispetto del Gabon; la sanità è costosissima e inefficiente, la scuola e le università, che dovrebbero essere il baluardo del sapere, va a finire che invece sono un termitaio di concezioni vecchie, muffite che fanno sguazzare il Paese nell'arretratezza. Dopo tanta disamina i due autori avanzano alcune proposte, belline articolate, per sciogliere la ruggine secolare italiana. Dobbiamo innescare un «circolo virtuoso» delle regole in tutta la società: un processo che coinvolga i cittadini, che devono essere informati e partecipare alla definizione e al miglioramento delle regole grazie a una scuola che non deve solo trasmettere nozioni, ma formare le «competenze della vita» necessarie per interagire efficacemente con gli altri. E ci servono: una giustizia civile veloce; un sistema dell'informazione indipendente dalla politica e dagli affari e varie altre cosette. Servirebbe una «Magna Charta» all'italiana, un documento-base da cui partire. La Magna Charta, quella vera, gli inglesi la vararono nel 1215. A noi, evidentemente, ancora non è riuscito. Insomma, e questo è un po' inquietante, gli italiani dovrebbero diventare irreprensibili, precisi, puntuali. Speriamo che non si debba anche mangiare formaggio Emmental e bere birra. Visto che con la pizza e il vino abbiamo conquistato il mondo.

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