diNATALIA POGGI «Leielui», l'ultimo romanzo di Andrea De Carlo (ed. Bompiani) non è la classica e stucchevole storia d'amore da film-commediola americana, carina per carità, ma distante anni luce dalle nostre miserie quotidiane. Basta sfogliare il volumone di quasi seicento pagine per accorgersi che qui ci troviamo davanti a qualcosa di diverso. La trama, dunque, non inganni il lettore che vorrà addentrarsi tra le sue pagine. Perché c'è il rischio di rimanerne invischiati, coinvolti, turbati e pericolosamente «identificati». Il che è musica per le orecchie dell'autore ma può essere devastante (o travolgente) per chi non vuole trovarsi nel marasma. In breve: lei e lui sono due persone mature quasi al capolinea della stagione dei sentimenti. Lei, Claire Moletto, ha un fidanzato che comunque «c'è» anche con tutti i suoi limiti e difetti. Lui, Daniel Deserti, scrittore di un best-seller internazionale, è il classico deluso e anche un po' fallito con due matrimoni alle spalle, figli sparsi e tante avventure di una notte. Improvvisamente s'incontrano, anzi si scontrano in un incidente d'auto. Naturalmente, quasi subito si detestano. Poi la storia prende tutt'altra piega. Che De Carlo non narra ma «fa narrare» ai suoi protagonisti che a capitoli alterni mettono a nudo le loro percezioni, i pensieri, le sensazioni, le diverse angolazioni di due mondi che prima viaggiavano paralleli e ora sono entrati in collisione. A chi è rivolto il suo libro? «Effettivamente quando scrivo un libro non penso mai a una tipologia di lettore. Sarebbe un pensiero paralizzante». Intendevo a chi vuole innamorarsi o chi a sfugge da questa tentazione? «È il perno della storia. I protagonisti non pensano che potrebbero innamorarsi ancora. Per ragioni diverse. E invece succede. Lui è disilluso e disgustato dai fallimenti matrimoniali. Ha una visione distaccata dei sentimenti. Lei è più romantica ma ha deciso di essere razionale. È fidanzata e pensa che ormai è fatta. Tanto gli uomini sono tutti uguali e in fondo è meglio che stare da soli». Poi arriva Cupido.. «Non subito. Perché c'è la consapevolezza che l'amore potrebbe essere destabilizzante. In fondo è come aprire un vaso che ormai s'è chiuso». Ed è quello che succede? «Sì. L'elemento della trasformazione è la chiave del libro. Insomma ai due amanti che non sono più ragazzini l'amore travolge ogni certezza, vera o fittizia che sia. È una rigenerazione perché ritrovano una certa autenticità e la capacità di abbandonarsi ai sogni». Non è un colpo di fulmine? «Non lo è, l'amore arriva lentamente come le vere passioni. Ma scardina i preconcetti. Quelli che ci impediscono di guardarci intorno e di metterci in gioco». Quali sono gli insegnamenti che si possono trarre? «Direi una visione più ottimista e positiva della vita. Ho lavorato anche sulle contraddizioni dei protagonisti per non fare un quadretto. I ruoli tra donne e uomini in questo periodo sono un po' confusi. L'aver distinto il punto di vista di lei e quello di lui individua l'equivoco». Il messaggio? «Una specie di scommessa che spinge a buttarsi. Il messaggio è: non bisogna vivere con distacco. Insomma in palio c'è la salvezza sempre se la cosa va in porto. Altrimenti è una batosta. Una in più». Due personaggi che sfuggono a facili classificazioni. Dove si muovono? «È una storia urbana che si snoda nella periferia di Milano, ma c'è anche il mare della Liguria. Lei ha una piccola casa sulla costa dove va a rigenerarsi e ne fa partecipe lui. Che ha una casa nel Sud della Francia rimasta alla ex moglie e che condivide con lei. Atmosfere diverse che interagiscono con i loro sentimenti».
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