Addio alla Roma da cartolina di Audrey Hepburn e Gregory Peck: la città che oggi stimola scrittori e sceneggiatori non abita più tra Fontana di Trevi e la Bocca della Verità. La Roma affabulante, da vivere, raccontare e filmare è quella dei quartieri anonimi, delle periferie forzatamente diventate centro, dei palazzoni che scoppiano di persone che parlano lingue diverse. Basta andare in libreria o al cinema: la Città Eterna è sempre protagonista: non manca settimana, certe volta addirittura giorno, che non faccia capolino tra pagine e fotogrammi. Ieri, proprio ieri, ad esempio, è arrivato nei cinema «Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio»: un «affrescone» che racconta una città mai così lontana da quelle «Vacanze romane» dipinte da William Wyler. «Scontro di civiltà» è tratto dal libro (un bel libro) di Amara Lakhous, uno scrittore e giornalista algerino, finito, come in un'avventura, a vivere tra Santa Maria Maggiore e la Stazione Termini. Nel film, come nel libro, si racconta un'umanità differente da se stessa, compressa in un palazzo, una volta bello e signorile. Tra impiegati, una fotografa, pensionati, gente senza né arte né parte che vive di espedienti (ma sono meno di quello che si potrebbe credere), commercianti e professionisti di ogni genere si crea una realtà cittadina pronta ad esplodere. Tanta gente che vive vicina, anzi vicinissima e nessuno sa perché. Tutto nel cuore di un quartiere bello e interessante, che però nessuno guarda. Non per niente il film è l'opera prima di Isotta Toso, tra gli autori della sceneggiatura di «Notturno Bus», del 2007, quella delirante commedia tra i viali bluastri di una Roma sporca e infida. Bello e commovente «Sotto il Celio azzurro», film su una scuola, appunto, del quartiere Celio, firmato da Edoardo Winspeare. Un po' più solare, invece, ma sempre lontanissima dal centro, la storia raccontata da «Piazza Giochi», che altro non è che piazza dei Giochi Delfici, una volta ultimo lembo della Capitale verso nord, oggi luogo di ritrovo semi-centrale di comitive di adolescenti. Film sul filone giovanilistico, approdato nelle sale un paio di mesi fa, ha il pregio di ricollocare il «non centro» di Roma in un panorama internazionale, con giovani sì, un po' caciaroni e coatti, ma proiettati, più che verso il centro della città, verso il resto del mondo. «Piazza Giochi» prende il nome da una zona precisa di Roma e si articola tra scalinate, slarghi e vicoli ben noti. Ma forse è più vicino ad «American Graffiti» e a tanti altri film internazionali su giovani e adolescenti che ai «Poveri ma belli» che vorrebbe la tradizione. La mutazione ormai è avvenuta. I nipoti dell'«americano» Albertone sono diventati realmente internazionali. E nell'internazionalità, per quanto anonima e omologata, hanno trasportato il loro quartiere. Un altro sapore, e un altro spessore culturale, ce l'ha «L'eroe del giorno», poetico romanzo di Fabio Ciriachi che meriterebbe sì, un grande film, ma per il quale bisognerebbe ricostruire una Roma che oggi non esiste più. Nel romanzo edito da Gaffi si racconta di un gruppo di adolescenti che, alla fine degli anni Cinquanta, vivono nel quartiere Africano: viale Somalia, viale Libia, via Etiopia, viale Eritrea... L'epoca, più o meno, è quella di «Vacanze Romane» (Wyler lo girò nel '53). Ma non vi si potrebbe trovare città più diversa. C'è la campagna che assedia sparuti gruppi di palazzoni, ci sono baraccati che vivono a un passo da borghesi che tutto sommato stanno benino, ci sono anche persone relativamente ricche. Altro che Fontana di Trevi, altro che piazza Navona: il gruppo di tredicenni si muove nelle grotte di Forte Antenne e si arrampica sugli alberi di Villa Savoia. Rompendosi, qualche volta, anche la testa. La Roma dei poeti, oggi, è questa.
"Er quartierone..."
