LorenzoTozzi Falstaff rappresenta un unicum nella produzione verdiana, essendo non solo l'ultima fatica del compositore, ma anche la sua unica opera comica (salvo un naufragato tentativo giovanile). Ma soprattutto l'opera decantata di un musicista quasi ottantenne che vede il mondo, dall'alto della sua età, con compiaciuta bonarietà. C'è molto di Verdi, della sua umanità, in questo personaggio shakespeariano, letterariamente ridisegnato da Boito. Qualcosa che rende familiare questo goffo essere, una simpatica canaglia, millantatore un po' gaglioffo e un po' patetico, velleitario seduttore per scommessa destinato a cocenti sconfitte. All'Opera lo racconta un maestro come Zeffirelli, che inanella quattro baritoni di levatura in successione nel ruolo del titolo. A partire stasera da Renato Bruson, che è stato il panciuto cavaliere decine di volte. «È tutto scritto nella musica di Verdi – racconta Bruson - è quasi un'autobiografia. Falstaff è una persona che ama la vita, ha fiducia nell'amicizia e nel prossimo, anche se gli altri si prendono gioco di lui. È un'opera giocosa solo per chi conduce il gioco, non per chi lo subisce, come sir John Falstaff. Lui è un ingenuo, un puro di cuore. Non porto niente di me nel ruolo: in ogni personaggio non metto niente di personale, solo l'anima e la voce. La prima volta l'ho interpretato nel 1981 a Los Angeles con Giulini: un bellissimo ricordo. Negli anni la mia interpretazione è cambiata con la maturazione: oggi è meno scolastico.Per la prima volta ora interpreto l'allestimento di Zeffirelli». Continua convinto Bruson: «Come Verdi sostengo che la parola è qui più importante: si deve capire tutto. Il testo è stupendo: era di Boito, capo della Scapigliatura milanese. Sono contrario a direttori, specie stranieri, che pretendono la musica e non capiscono le parole, le sfumature, i controsensi della lingua. Per Verdi una rarità: era abituato ai pezzi chiusi, qui è tutto recitativo con piccole arie ma non chiuse. Ma Falstaff non sarà mai popolare, perché non ha romanze. Quando si esce dal teatro, non rimane nell'orecchio un motivo ed è un peccato. Però l'inaugurazione di questa sera sarà sicuramente un successo, che serve al Teatro». Alla più giovane del cast, Laura Giordano, per la prima volta all'Opera di Roma, tocca il ruolo di Nannetta, la ragazza che vedrà trionfare il suo amore per Fenton. Un ruolo in cui ha debuttato con Muti alla Scala nel 2004. «Nannette - dice il soprano - è una giovane innamorata e ha in testa solo l'amore. Per lei tutto ruota intorno al suo Fenton. Sta per diventare donna ed per questo è chiamata in causa per gabbare Falstaff. È una Giulietta ante litteram: il padre si oppone al suo amore, ma la madre le è complice. Un cammeo di bellezza musicale cui sono dedicati i momenti più intensi e lirici. Verdi affida ai due innamorati le vere arie dell'opera: il resto è ciarlare, arrabbiarsi, ordire, cinguettare, complottare. Come dire che l'amore vive di poesia solo quando si è giovani». Illustra infine la morale dell'opera il direttore israeliano Asher Fisch: «Tutto nel mondo è burla, il concertato finale spiega quello che fanno gli artisti. Fuori è tutto un grande palcoscenico e noi, rappresentandola, mostriamo la realtà per quello che è. Insomma Falstaff è un'opera alla fin fine molto seria».
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