Le speranze di veder condannati gli autori sono remote. Ma le nuove inchieste possono servire a ricostruire la storia d'Italia in quegli anni terribili. Questo è un obiettivo possibile. Anzi, doveroso per non lasciarsi alle spalle zone d'ombra che graverebbero come macigni sull'equilibrio democratico del nostro Paese. Ne è convinto Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione bicamerale d'inchiesta sulle stragi dal 1990 al 2001. Presidente, dopo quattro decenni ancora non c'è un colpevole per l'attentato alla Banca dell'Agricoltura. «La verità processuale è quella sancita dalle sentenze di Milano. Ma i processi si risolsero con assoluzioni per insufficienza di prove e dubito che oggi le cose possano cambiare. La nuova inchiesta potrebbe convincerci che Maggi e Zorzi siano colpevoli ma comunque non potrebbero essere più condannati poiché i verdetti che li riguardano sono passati in giudicato». Come nacque il progetto della strage? «Il progetto scaturì all'interno dell'ordinovismo veneto. Dopo il '68 e l'autunno del '69 bisognava creare allarme per determinare una risposta d'ordine. Ma vi fu un eccesso di mandato». In che senso? C'era un mandante esterno? «Non credo a un mandante esterno, né da parte di un blocco internazionale, né da parte di un altro. Dico solo che quella di piazza Fontana fu una risposta d'ordine male interpretata». Perché? «Perché vi furono i morti. Se si voleva fermare l'autunno caldo operaio non avrebbero dovuto esserci vittime. Invece ci furono. E non mi sembra che, dopo, il Pci perse consensi. Semmai fu il contrario». Piani nati, dunque, all'interno della destra radicale dell'epoca e non teleguidati dai servizi segreti nazionali o esteri? «Se si leggono le dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra, reo confesso della strage di Peteano (in cui persero la vita tre carabinieri ndr), si capisce che lui si considerava un "soldato rivoluzionario". E che, quando scoprì che le azioni dell'estrema destra venivano strumentalizzate, si vendicò uccidendo i militari. Dopo piazza Fontana, le stragi furono di tipo reattivo. Gli organizzatori si sentivano abbandonati, anche perché la scelta parlamentare del Msi veniva considerata sbagliata». Dal '74 c'è anche un netto cambiamento del quadro internazionale. «Infatti. C'è la fine del regime dei colonnelli in Grecia, la rivoluzione democratica in Portogallo, il Watergate. Delle Chiaie lo definì un "anno tragico". Da quel momento gli attentati hanno una valenza reattiva. E piazza Fontana, da questo punto di vista, è un fatto isolato». Il ministro La Russa dice che la destra politica non c'entra nulla. Condivide? «C'è un ritardo culturale nel non voler ammettere quanto è stata difficile la vita della prima Repubblica. È vero che il Msi non c'entrava. Ma questi personaggi erano noti nel mondo della destra, com'è accaduto dal lato opposto. Basta pensare alla contiguità fra Lotta Continua e l'attuale sinistra politica». Sarebbe utile abolire il segreto di Stato, come chiedono in molti? «Ai giudici che indagavano sulle stragi non è mai stato opposto. Noi abbiamo ottenuto tutte le carte che non erano andate perdute. E abbiamo deliberato all'unanimità di pubblicarle. Poi, dopo il dicembre 2001, l'incarico non è stato rinnovato e l'allora presidente di Commissione, Guzzanti, segretò tutto. Ecco, io faccio un appello tramite il suo giornale al presidente Napolitano: che chieda al presidente del Senato di far pubblicare quegli atti. Solo così potremo ricostruire la storia del Paese in quegli anni di sangue e di terrore».
Verità su Piazza Fontana
