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O lui o niente

AlbertoAsor Rosa è stato l'ultimo professore ieratico e solenne di Letteratura italiana all'Università "La Sapienza" di Roma. Il suo libro più famoso è "Scrittori e popolo", pubblicato nel 1965 da Savelli, che voleva dimostrare la natura decadentista e populista della letteratura neorealista italiana (Scotellaro, Cassola, Pasolini, ecc.), mentre negli ultimi anni si è dedicato alla scrittura di fortunati romanzi ("L'alba di un mondo nuovo" e "Storie di animali e di altri viventi", entrambi pubblicati da Einaudi) e di una poderosa "Storia europea della letteratura italiana" (sempre Einaudi), ampiamente discussa, in specie da Alfonso Berardinelli, che ne ha colto gli errori e le eccessive frettolosità. Per Asor Rosa - tra le ultime figure di marxista ortodosso, sia pure eretico (fu tra i firmatari del "Manifesto dei 101" contro l'intervento sovietico in Ungheria nel 1956), nonché "consigliere" culturale di segretari e dirigenti del Pci - vale ancora il vecchio schema dell'intellettuale come figura "organica" a un progetto progressista, sempre "impegnato" nella costruzione di un programma politico antifascista e di modernità civile ed egalitaria. È una figura, quella di Asor Rosa, che merita grande rispetto, anche se credo che di tutta la sua attività rimarranno soprattutto gli studi accademici, in specie sul '500. Il suo nuovo libro, intitolato "Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali", pubblicato da Laterza sotto forma d'intervista rilasciata a Simonetta Fiori, ha, com'era prevedibile, acceso qualche polemica, in specie su "Libero" e sul "Corriere della sera". Attaccare Asor Rosa - dalle tante destre alla sinistra riformista, fino ai cattolici e ai cosiddetti revisionisti senza ancoraggi ideologici- è estremamente semplice, quasi un gioco da ragazzi. Per questo è giusto provare serenamente a capire qual è il limite della posizione di Asor Rosa su quello che lui chiama "il grande silenzio" degli intellettuali di fronte alla storia e all'attualità politica dell'Italia. Scrive Asor Rosa: "Non è possibile dimenticare che, quando Mussolini prese il potere, poté contare sul contributo di personalità di alto profilo quali Giovanni Gentile e Alfredo Rocco, Gioacchino Volpe e Luigi Pirandello. Il mondo accademico nazionale presto vi si adeguò, non opponendo resistenza. Questa subalternità, corale e con poche increspature, raggiunse il suo fondo più vergognoso con l'accettazione delle leggi razziali, con il beneficio tratto dall'esclusione degli ebrei dalle università e dalle case editrici, in qualche caso con il delirio di una fiera rivendicazione di arianesimo. Perché accadde tutto ciò? Ma questo è il destino storico della cultura italiana, soprattutto quando non c'è all'orizzonte la possibilità di un'alleanza con una forza o un potere che si presenti seriamente come alternativo. Gli intellettuali, in Italia, si sono sempre adeguati (...)". C'è qualcosa di vero, nell'analisi di Asor Rosa, ma è probabile che il grande accademico non riesca a comprendere fino in fondo la nuova situazione culturale italiana, sempre più sfiduciata e indifferente ai "maestri" e ai "partiti" (fosse anche quello degli intellettuali), estremamente decentrata e orizzontalizzata, situazionista e individualista, in cui domina l'arte di massa e la cultura di massa, la libertà di optare per mille segmenti diversi di cultura, perennemente in cortocircuito con innesti che vengono dal mondo intero, senza contare che ormai lo status di intellettuale e di artista è uno status di massa, che rende ogni intellettuale drammaticamente libero di assemblare, citare, rimescolare saperi, generi e certezze. È una incomprensibile "deriva", certamente, ma rimpiangere gli assetti e le gerarchie del passato non serve a niente. Categorie come Arte, Intellettuale, Progresso, Partito, Impegno, Classe sociale sono state radicalmente messe in discussione dalla postmodernità attuale, che rende tutti liberi, uguali, ibridi, fragili e, probabilmente, soli, parcellizzati. Vorrei sommessamente provare a suggerire ad Asor Rosa che questo spaesante livellamento verso il basso si chiama "egualitarismo", e che l'intellettuale è un uomo come tutti gli altri, non un superuomo. Con Marx è caduto anche Nietzsche, l'eroe dei piccolo-borghesi. Un famoso aforisma di Pasolini contro Asor Rosa diceva così: "Meglio portare, nel marxismo, una radice mistica che una radice piccolo-borghese moralistica". Chi di popolo ferisce di popolo perisce.

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