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Quando Roma si impacchettò

Indimenticabile.Non per guai fisici, o inconvenienti di alcun genere. Bensì per motivi psicologici. Un sovrapporsi di sorprese, di delusioni, di contrarietà, di smarrimenti che sovvertirono la mia vita di tredicenne. E dei quali conservo ancora un ricordo emblematicamente riassunto nello sventolio di una piccola bandiera bianca, issata sull'antenna di un "cingolato" in uscita dal... portone di casa. La "bella stagione" era cominciata, a Roma, con una sorta di cattivo presagio. La rimozione, a giugno, del Marco Aurelio, tirato fuori dal grande "casotto" pieno di sacchi di sabbia in cui era stato racchiuso all'inizio della guerra, per essere ricoverato nelle gallerie del Tabularium, ritenute meno esposte ai pericoli delle incursioni aeree. Vidi il cavallo già disarcionato la mattina che andai in Campidoglio per comunicare la promozione in III media a mio padre che stava seguendo, con un incarico di "sorveglianza artistica" della ditta Silvestrini, lo smontaggio del gruppo equestre. Poco oltre, la Colonna Traiana, rinchiusa, come la gemella di piazza Colonna, entro il massiccio cilindro di mattoni che doveva proteggerla dai bombardamenti. Poi, fu tutto un susseguirsi di notizie - e di avvenimenti - tragici. La resa di Pantelleria, l'11 di giugno; lo sbarco degli Alleati in Sicilia, il 10 di luglio, e, il 19, il bombardamento di San Lorenzo, del quale ebbi contezza assistendo alla mesta "sfilata" di famiglie di sinistrati che con poche masserizie su carretti tirati a mano si dirigevano, per Corso Vittorio, verso i Portici di piazza San Pietro. E poi, il 25, la caduta del fascismo (con il saccheggio, il giorno seguente, dell'"armeria" della mia scuola, il Virgilio, dalla quale, quando io v'arrivai, era già sparito anche l'ultimo dei nostri piccoli moschetti da balilla) e - nientemeno - l'arresto del Duce. Il 3 settembre, lo sbarco degli Alleati in Calabria. Infine, l'armistizio del giorno 8 (subito seguito dalla "fuga" del re) che voleva dire la fine della guerra (nelle speranze della gente comune), ma anche l'irreversibile riconoscimento della sconfitta militare e l'occupazione straniera. Due eventi ai quali non sapevo rassegnarmi, dopo che ero stato lungamente in attesa della "sicura" vittoria. Soprattutto da quando me l'aveva garantita, per iscritto, il capitano di vascello Mario Mezzadra, comandante del cacciatorpediniere Pigafetta, rispondendo alla letterina che in V elementare ci avevano fatto scrivere ai "soldati al fronte" (a me, capoclasse, era toccato il più alto in grado tra i nomi segnalati alla maestra). Tutto quello che era così rapidamente e drammaticamente accaduto, aveva sconvolto fino in fondo le mie idee, le mie certezze, le mie illusioni, distruggendo nel breve volgere d'una stagione ogni mio punto di riferimento. Ma quello che mi colpì più profondamente, il vero e proprio "colpo di grazia" fu la notizia della battaglia contro i tedeschi a Porta San Paolo. Contro i tedeschi? Quelli dei quali avevamo fino allora ammirato (e invidiato) le gesta, coi quali avevamo costituito "le forze dell'Asse", che erano stati al nostro fianco in Africa settentrionale e nel Mediterraneo? Quelli che pochi anni prima avevamo festeggiato, sventolando, fuori della scuola, le rosse bandierine di carta con la svastica nera al passaggio delle bande musicali a cavallo della Wermacht in visita a Roma per solennizzare la firma del "patto d'acciaio" tra l'Italia e la Germania, mentre salivano per via Quattro Novembre dirette al Quirinale? Quelli che venivano celebrati sui francobolli con la scritta "due popoli una guerra"; per i quali, quasi ogni sabato, alle adunate, nel momento degli "inni della patria e della rivoluzione", cantavamo "Camerata Richard, benvenuto ..."? Quelli sui quali, sotto sotto, speravamo per una possibile rivincita? Forse, la notizia del ribaltamento delle alleanze, o, meglio, dell'abbandono dell'alleato diventato improvvisamente nemico, mi colpì maggiormente perché l'appresi dalla viva voce di alcuni di coloro che contro i tedeschi avevano appena combattuto. Fu nel tardo pomeriggio del 10 settembre, quando, all'improvviso, entrarono sferragliando, nel cortile di Palazzo Roccagiovine, a piazza Farnese, sul quale s'affacciava la finestra della mia stanza, due cingolati del Regio Esercito. Erano fortunosamente scampati alla distruzione cui erano andati incontro altri carri combattendo nella zona tra la Piramide e la Passeggiata Archeologica e Dio solo sapeva come fossero arrivati fino a piazza Farnese dopo aver percorso, senza una meta precisa, vie e vicoli della vecchia Roma. Parcheggiati i loro mezzi nel nostro cortile, i quattro uomini dei due equipaggi trovarono così un momentaneo rifugio e, naturalmente, l'aiuto e il calore di persone che non si fecero pregare per dare loro conforto e assistenza. Noi ragazzini del palazzo, scesi immediatamente a quell'insolita visita, ne approfittammo per curiosare, arrampicandoci sui cingoli di quelli che, enfaticamente, chiamammo carri armati, facendoci regalare i lucidi bossoli di ottone che in gran numero giacevano al loro interno. E intanto apprendevamo dell'inusitata battaglia. Lo shock che allora provai fu solo a stento superato quando seppi che erano stati i tedeschi ad aver attaccato i nostri, come ci assicuravano i carristi nel cortile. I quali, sempre assistiti dagli inquilini, rimasero da noi un paio di giorni. In attesa di ricevere - o, piuttosto, di intercettare - qualche ordine o suggerimento, da superiori e comandi che non esistevano più. Di fatto, senza sapere cosa fare. Poi, anche per non compromettere più a lungo la sicurezza del palazzo e degli abitanti, una mattina presto, issata la bandiera bianca, se ne andarono. Verso l'ignoto. Quella bandiera bianca mi ferì enormemente e non l'ho mai più dimenticata.

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