Orala Lega Nord annuncia la sua diagnosi e anche la cura: «Il cinema italiano è diventato un affare ristretto riservato alla città di Roma», si legge in una proposta di legge al Senato presentata dai senatori Irene Aderenti, Rossana Boldi e Luciano Cagnin. I leghisti denunciano una gestione fortemente politicizzata dei fondi destinati al cinema che ha finito per relegare in un angolo folkloristico le ragioni e le tradizioni culturali del Nord. Viene comunque riconosciuto al sistema di aver espresso in passato un patrimonio culturale importante nella formazione di un'identità nazionale condivisa. La soluzione? «A nostro parere - ha detto la Aderente - è essenziale la riforma del Fondo per lo Spettacolo con una distribuzione per l'80% alle regioni». Risponde il sottosegretario alla Cultura Francesco Maria Giro: «Non mi attendevo una proposta di colonizzazione del Fus, che è un fondo statale, da parte delle regioni. La storia del cinema - conclude - ci ha dimostrato che Roma è stata epicentro di un ottimo cinema: Rossellini, De Sica, Pasolini». Dai banchi dell'opposizione si leva il grido d'allarme: il problema è che i soldi non ci sono più e non chi deve gestirli. Ma la battuta più accorata arriva da Carlo Verdone: «Il cinema italiano "romanocentrico"? In romano mi viene da rispondere: ma de che? Mai come in questo momento è vero il contrario: grazie anche al lavoro di ottime Film Commission, tantissimi film si girano in altre regioni, penso al Piemonte, al Friuli, all'Emilia Romagna, alla Puglia. Io sono l'unico che girerà un film a Cinecittà in queste settimane, in mezzo a mille produzioni televisive». Antonio Angeli
«Cinema romanocentrico de che?»
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