Orazio in una sua satira ne offre la definizione e scrive: "Che cosa può vietare di dire la verità ridendo? (Ridentem dicere verum/quid vetat?)". Da questa domanda abbiamo modo di darci una risposta. Capiamo che la satira deve divertire e che non si deve vietare, capiamo anche, ma questo non lo sapevamo, che la satira deve essere la verità. Che le critiche mosse devono, seppur deformate, corrispondere alla verità. Ecco perché non si toccano. Non è la satira come forma di espressione che non si tocca, ma è la verità contenuta che ovviamente non si tocca e di conseguenza il suo mezzo di trasporto, cioè la satira. Vuoi vedere allora che non sempre ogni forma di parodia, di caricatura o, in genere, di comicità che riguardi potenti e società si possa chiamare satira? Chi glielo dice a Fo, a Vauro, alla Guzzanti e agli altri? È la verità che non si tocca, ma solo lei. Nessuno tocchi la satira, dunque. A meno che non lo sia, cioè nasca dal vero e non dal supposto o dall'inventato. Chi non condivide potrebbe discuterne con Orazio, ma dopo avere maturato parità di condizioni. Tra un paio di migliaia d'anni.
Solo la verità
è sacra