Se penso a queste forme di monoteismo che oggi creano grande preoccupazione nel mondo, mi viene da rimpiangere gli dei della classicità. Quel delizioso Olimpo pieno di personaggi un po' alla Disney, dove trovavi una Minerva dispettosa, un Nettuno incazzoso, un Giove un po' mollicone e tormentato dalla moglie. Dicono che comandasse sugli altri, ma poi non si capisce quanto contasse davvero. Quella era una forma di religione estremamente gradevole». È di buon umore, De Gregori, malgrado una fastidiosa allergia. «Non alle interviste», assicura lui ridendo, e questa è già una notizia. Refrattario a infilarsi nelle sabbie mobili della politica - proprio lui che l'impresario David Zard definisce come «l'unico sincero cantautore di sinistra» - Francesco preferisce parlare di miti, per commentare questo suo smagliante nuovo album, che non a caso si intitola "Calypsos". «Con quella "s" da plurale angloamericano, perché qui non parliamo solo di una ninfa, ma di tante donne, e dell'indecifrabilità delle passioni. Ecco, questo è un disco sui sentimenti, che sono pericolosi ma splendidamente necessari. Perché la vita ha sapore quando l'anima si contorce per il batticuore, quando l'uomo rischia di scoprire il dolore inseguendo la felicità». De Gregori, Calypso non riesce a trattenere Ulisse sull'isola Ogigia, malgrado le promesse di amplessi eterni in «grotte profonde». Quello monta su un tronco, sfida il mare grosso e gli dei contrariati, e tenta di fare rotta verso casa. È l'archetipo dell'uomo moderno, no? «Attenzione. Calypso gli offre tutto, ma in cambio della libertà, dopo sette anni di sequestro. Non voglio ci si vedano altre simbologie, in filigrana, tranne l'imperscrutabilità dell'attrazione. Insomma, Ulisse piange sulla spiaggia, ma la sera prima di partire fa sesso a go-go con la ninfa. E lei, che lo tiene prigioniero, si comporta in modo contraddittorio. Lo aiuta a prendere i tronchi, a caricare la zattera. Non lo caccia via, ma quasi. Il suo è un atteggiamento incoerente. E Calypso è una divinità. Non come Didone, che è pienamente donna, e della quale comprendiamo la disperazione, una volta che si innamora di Enea». Perché Ulisse deve andare: Omero pretende l'happy end a Itaca. Poi, fatta strage di Proci, si stufa e riparte. Dante lo fa naufragare oltre le colonne d'Ercole, altre leggende balcaniche lo vedono come un esploratore di nuove terre, un re venuto dal mare con un remo per scettro. «Già. È l'uomo condannato al viaggio. È il suo tormento, il suo desiderio, il germe della conquista e della scienza. Tutti subiamo la fascinazione di un percorso da intraprendere. Salgari o Pessoa viaggiavano con la mente, senza muoversi da casa. E su Internet ci illudiamo di navigare. Al contrario, gli animali non amano viaggiare: si spostano per freddo, o per fame». Su questo nuovo disco c'è un omaggio agli alberghi a «Tre stelle». Curioso, perché i musicisti cantano spesso l'alienazione della vita in tournée. «In questi hotel di medio livello trovo spesso più umanità e pulizia di quelli di gran lusso, dove magari il portiere ti parcheggia la macchina ma non c'è un clima accogliente e familiare. Questi alberghetti "ai margini della statale" li devi saper cercare. Sono un antidoto alla solitudine tipica del nostro mestiere». Che la rivedrà presto sulla strada per altri tour, immagino. «La parola tour mi fa venire l'orticaria, mi ricorda i viaggi di formazione degli intellettuali del Settecento. Farò una ventina di concerti in estate, sotto le stelle, come si conviene. Per tenere sotto controllo la band». E per tenere sotto controllo anche gli eventi, come in quella notte di tregenda a Villa Borghese, qualche mese fa. «Una serata in qualche modo magica, malgrado la pioggia da tropici e il guasto all'amplificazione. Una di quelle volte in cui il pubblico di gratifica oltre ogni misura». Che ne è dell'ipotesi di un concerto per Roma assieme a Zero, Venditti e Baglioni? «Francamente non ne ho mai sentito parlare.
Odisseo a Roma
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