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di STEFANO B.

Premio sostanzialmente tardivo, giunto quasi trent'anni dopo la pubblicazione dei «Buddenbrook» (1901), ma anche della «Morte a Venezia» (1912) e della «Montagna incantata» (1924). Il maestro di Lubecca non lesse neppure il romanzo e lo rispedì al mittente. Deluso e amareggiato per l'ignomignoso trattamento subìto, Canetti lo chiuse allora in un cassetto, deciso a non farne nulla. Ma quattro anni dopo, cambiato il titolo nel definitivo «Auto da fé», lo spedì di nuovo a Thomas Mann, che si dedicò subito alla lettura del capolavoro canettiano e scrisse che, insieme all'«Henri Quatre» di suo fratello Heinrich, si trattava di un grande romanzo. Al di là della circostanza, questo episodio chiarisce bene la personalità dello scrittore, sin dalla gioventù caratterizzata da una ombrosa riservatezza, da una melanconica ironia, da una sorta di "aristocratica" consapevolezza - malgrado l'origine familiare alto borghese - del proprio destino di grande intellettuale. Nei fatti il tema dell'intellettuale di origine borghese e del suo rapporto individuale con il mondo reale è rintracciabile in tutta la produzione novellistica di Mann, basti ricordare il poeta adolescente Tonio Kroeger o Gustav von Aschenbach, ineguagliato protagonista di «Morte a Venezia». Carattere impenetrabile, freddo, chiuso, molto celebrale, Thomas Mann - a maggior ragione dopo la conquista del Nobel - pareva lontano e oltremodo supponente a chi lo incontrava o lo contattava e, di conseguenza, provava un forte a disagio, come Canetti. E tuttavia, dietro questo aspetto superficiale si celava l'intimo convincimento che il ruolo dello scrittore nell'età del declino della civiltà, come quello che gli era toccato in sorte di vivere nel passaggio d'epoca tra Otto e Novecento, sia inconciliabile con la banalità e la superficialità del quotidiano perché si configura come un'incessante e inquieta ricerca critica - che determina l'isolamento dell'intellettuale - delle ragioni più profonde della decadenza. Figlio di Thomas Johann Heinrich Mann, un imprenditore di granaglie di Lubecca, divenuto senatore, e di Julia da Silva-Bruhns, di origine portoghese-creola, lo scrittore assimilò il frutto di questo originale intreccio genetico. Nei fatti, la vicenda intellettuale di Thomas Mann si sviluppa nella profonda lacerazione tra la nostalgia per un mondo borghese, tradizionale e semplice, concreto e dignitoso, e il fascino per le anarchiche perlustrazioni interiori e le disordinate avventure spirituali dell'artista; tra la vita concretamente vissuta dal cittadino medio e la vita da vivere nel campo delle idee, che è prerogativa esclusiva dell'intellettuale. Da questa lacerazione affiora sovente un approccio alle situazioni e alle circostanze del quotidiano che fa dell'ironia - intesa quale confine tra etica ed estetica - il suo punto di forza. Nel 1918, quando la disfatta arrivò davvero e la Germania si trovò di fronte a una guerra mondiale perduta, Thomas Mann pubblicò le «Considerazioni di un impolitico». Nello stesso anno, col «Tramonto dell'Occidente» di Oswald Spengler prese avvìo un'autentica e vivacissima polifonia di voci sulla crisi della civiltà europea occidentale che caratterizzò il ventennio tra le due guerre mondiali, animata da intellettuali assai noti: Benda, Halévy, Guenon, Valery, Malraux (solo per citarne alcuni), senza dimenticare Freud, Heidegger, Jaspers e la «Crisi delle scienze europee» di Husserl; si potrebbe arrivare sino ad Arnold Toynbee con la sua opera «Civiltà al paragone» del 1948, ricordando anche gli apporti "periferici" dello spagnolo Ortega y Gasset, dell'olandese Johann Huizinga e dell'italiano Filippo Burzio. Si trattò di una sorta di rifles

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