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«La musica va male, io no»

Rinnega il reality show: un'esperienza frivola e inutile

«Per la verità ho già pubblicato una mezza dozzina di volumi - precisa Don Backy, che a certe esattezze ci tiene - purtroppo ogni volta devo spiegare tutto daccapo, come se fossi un debuttante». In realtà, almeno stavolta, non c'è molto da spiegare, visto che Aldo Caponi, nato a Santa Croce sull'Arno, dopo esser stato brevemente Agaton, è dal 1962 per tutti Don Backy, ha appena riproposto «Sognando», un libro uscito molti anni fa ma solo a fumetti. Basta nominare Don Backy per correre immediatamente ad Adriano Celentano, suo scopritore e per tanti anni suo mentore. Era la stagione felice del Clan, di un gruppo di ragazzi talentosi guidati da Adriano, che vivevano giorno e notte insieme, divertendosi e vendendo milioni di dischi. Fra Adriano e Don Backy la frattura arrivò nel 1968, per motivi amministrativi più che artistici, e da allora non si è mai ricomposta. Non sono bastati gli anni, la popolarità sempre alta, il rispetto del pubblico; niente da fare, lo strappo non è stato ricucito. Ma a dispetto di un apparente cono d'ombra, Don Backy continua a lavorare molto, a fare spettacoli con il suo gruppo e serate promozionali ai suoi libri. Però ne sappiamo poco di tutta questa attività. Perché? «Oh, bella. Non dovete chiederlo a me. Io ho sempre lavorato. Le serate non mi sono mai mancate, nemmeno nei periodi di crisi. Senza contare che io amo ancora cantare e suonare, non faccio come certi miei colleghi che preferiscono le basi, il playback, salgono sul palco da soli, stanno lì una mezz'ora, intascano il cachet e se ne vanno». Lei era assente dalla tv da anni, per tornare decise di farlo con un reality show, "La Talpa". Non è stato un po' strano? «Dipende. A parte che sarebbe lunghissimo l'elenco dei cantanti che prendono parte ai reality show. Io l'ho fatto in buona fede, firmando un contratto sicuramente vantaggioso, almeno all'inizio, ma sperando sempre in cuor mio di ripropormi poi come cantante. Mi sono sbagliato». Come definirebbe l'esperienza del reality? «Dal punto di vista personale senz'altro positiva. Forse anche da quello umano, se non ci fossero certe forzature. Decisamente negativa dal punto di vista artistico, anzi, addirittura vuota, frivola, inutile». «Sognando» venne pubblicato a fumetti tanti anni fa, ora lei ne ripropone una versione mista: illustrazioni e prosa. Diretto collaboratore dell'impresa Emiliano Caponi, suo figlio, al quale il libro era stato inizialmente dedicato. «Sì, diciamo che il libro era dedicato alla baby-gang di cui faceva parte Emiliano quando abitavamo nella vecchia casa. Da adolescente Emiliano avrebbe voluto diventare fumettista, che per un certo periodo fu la sua attività, anzi è per questo che avrebbe voluto ridisegnare il libro. Alla fine abbiamo scelto questa formula mista». Ci saranno altri sviluppi? «Questo è il secondo appuntamento di una ideale trilogia. Questo libro l'ho pensato per il cinema e per la Tv, oltre che per l'animazione. Secondo me andrebbe benissimo anche per la commedia musicale, ma è difficile. In Italia si preferisce ogni anno riproporre solo remake del passato o vecchi successi più o meno rinfrescati». All'interno di «Sognando» c'è anche un cd. Che tipo di brani contiene? «Sono diciassette brani in tutto, naturalmente inerenti alla storia. Sono molto soddisfatto della mia attuale vena compositiva; mi rendo conto che posso non piacere come cantante, ma come autore mi ritengo sottovalutato. C'è un brano dedicato a Totò che vorrei proporre a Renzo Arbore. Sicuramente rimarrebbe colpito». Don Backy, come sta la musica in Italia? «Dal punto di vista radio-televisivo male, da quello discografico malissimo, da quello cantautorale o sanremese non vorrei nemmeno parlarne. Vive di falsi miti ed emarginazioni, un tema che mi riguarda personalmente. Fortunatamente ci sono molti giovani di talento».

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