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Coronavirus e profeti non richiesti. Per favore non diteci che dopo sarà meglio

Filosofi e buonisti ci vogliono convincere che usciremo dalla pandemia migliori. La storia ci insegna che dopo epidemie e guerra l'umanità non diventa più buona

Coronavirus e profeti non richiesti. Per favore non diteci che dopo sarà meglio

Ci mancava la pedagogia dell’epidemia, una sorta di letteratura da libro di fiabe futuriste, vergata da attori testimonial, da scrittori, da tanti italiani sui social, tutti pronti a dirvi che dopo, superato il coronavirus, saremo migliori di prima. Come se non bastasse come punizione il castigo del virus che minaccia la nostra salute e ci rinchiude dentro casa, e avessimo bisogno anche dei preti laici del buonismo che verrà, ovviamente per gli scampati alla pandemia. In queste ore tragiche se c’è qualcosa di cui si sente la mancanza non è certo la consolazione sul come saremo bensì è il ritratto del presente di merda che viviamo.

Appesi ai virologi come fossero il verbo, con la politica che ha quasi chiuso il Parlamento, con l’etichetta di untore affibbiata a chiunque esca di casa da solo, se poi si mette a correre non ne parliamo. Con la stampa e i media che ci ricordano ogni giorno che dovremo morire - lo sapevamo già, si tratta di stabilire solo il quando. E poi con le libertà soffocate, in nome della salute e sperando che serva, tappati nelle nostre abitazioni mentre fuori la primavera arriva e sembra il più beffardo dei contrappassi ai nostri arresti domiciliari.

In tutto questo potevano mancare i teorici del dopo a spiegarci che saremo meglio di prima? No, non potevano mancare. E poco importa che si tratti di fregnacce dato che la storia dell’umanità ci insegna che dopo guerre ed epidemie l’umanità non migliora. Riparte, certo, ma questo non vuol dire diventare più buoni o felici. Eppure oggi, dalla letteratura sui social dei cittadini semplici - un vero reality, i social al tempo del coronavirus - sino ai personaggi pubblici e agli scrittori è tutto un fiorire di migliorismo che verrà. Passi la gente semplice, che deve pur sperare. Colpisce però quando a fare certe considerazioni sono grandi scrittori, come l’israeliano David Grossman, che a proposito del coronavirus ha scritto: “Quando l'epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge o al partner. Di mettere al mondo un figlio o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui. Ci sarà chi, per la prima volta, si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere”. Di dire addio al coniuge? Di fare coming out? Quanto ci manca oggi un bel Mario Monicelli, con i suoi film commedia di sapore, senza infingimenti (come la saga di “Amici miei”) che a proposito del lasciare la moglie o del coming out post-virus avrebbe messo su una battuta feroce: ma davvero serve il coronavirus per mandare a quel paese la moglie o confessare di essere gay?  Anche per questo, statene certi, il virus - se e quando sarà passato - non ci avrà reso migliori. Ma solo più impauriti e più vecchi.

 

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