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"Era impossibile respirare sulla nave Così abbiamo salvato i passeggeri"

Parla il tenente di Vascello Michele Spada

«Non dimenticherò mai il calore degli abbracci dei passeggeri che mettevamo in salvo in quella notte gelida». È passato un anno dal naufragio della Norman Atlantic, il traghetto rimasto in balia delle fiamme e delle onde, al largo delle coste albanesi. Ci sono però immagini, sensazioni e volti che il tempo non può cancellare dalla mente di chi, come il tenente di vascello della Marina Militare Michele Spada, era lì, per coordinare le operazioni di evacuazione. «Ci sono alcuni volti che ho ancora impressi nella mente. Non so perché, forse per una parola o una battuta scambiata in quei frangenti. Mi fa piacere pensare che così come noi abbiamo aiutato queste persone, loro si prodigheranno per aiutare qualcun altro nel momento del bisogno».     Cosa stava facendo il 28 dicembre dell’anno scorso quando ha ricevuto la chiamata? «Ero a casa a festeggiare il mio ottavo anniversario di matrimonio. Ho seguito la vicenda in tv sin dalla mattina. Allora abitavo a pochi chilometri dalla base militare di Grottaglie. Quando ho sentito gli elicotteri decollare, ho telefonato per chiedere se c’era bisogno di una mano. La chiamata, però, è arrivata solo nel pomeriggio. Mi è stato affidato l'incarico di guidare un team di soccorso, composto da un medico, un infermiere e un operatore di volo».     Qual è stata la scena che ha visto non appena è arrivato sul traghetto? «Mentre ci calavano dall’elicottero sul ponte della Norman Atlantic, quello che mi ha impressionato è stato il fumo: avevo difficoltà a respirare e mi sono chiesto come avessero fatto i passeggeri a resistere. Poi, non appena ho messo piede sulla nave, mi sono accorto che non si riusciva a tenere l’equilibrio. Le scialuppe di salvataggio erano inutilizzabili; abbiamo provato a calare le scalette, ma il traghetto era troppo inclinato, le lamiere laterali erano incandescenti e i mezzi di soccorso non riuscivano ad avvicinarsi a causa del forte vento e del mare molto mosso. L’evacuazione aerea era l’unica soluzione».     Ci sono stati attimi di panico? «Non ci sono stati casi di vero panico o una ressa tale da creare situazioni ingestibili. La prima cosa che ho detto, in inglese, non appena sono arrivato sul ponte della Norman Atlantic è stata: "Siamo qui per aiutarvi, saremo gli ultimi ad andar via". In effetti così è stato. Ci sono state persone che fino all’ultimo sono rimaste sedute ad aspettare il proprio turno, mi ha stupito».     Di notte, però, lo sconforto e la paura erano inevitabili. «Il buio ha peggiorato l’umore dei passeggeri ancora a bordo. Per distrarli abbiamo anche festeggiato il compleanno dell’operatore di volo. Mentre li imbracavamo, alcuni ci hanno abbracciato e ringraziato. È stato un momento molto bello: ci hanno dato conforto e calore, in una notte gelida».     In quei momenti pensava ai rischi che correva, alla sua famiglia? «C’ho pensato, ma mi sono reso conto che era meglio salvare gli altri, che pensare a me. In cuor mio sapevo che tutto sarebbe andato bene e mi sono concentrato sull'obiettivo di dover portare in salvo tutti».     Cosa ha provato dopo aver imbracato l’ultima persona? «Intorno alle 14.15 del 29 dicembre abbiamo evacuato il comandante del traghetto. Ero soddisfatto, non per ciò che avevo fatto personalmente, ma per l’organizzazione. La Marina ha svolto questa operazione in condizioni proibitive. Fondamentale è stata la vicinanza della nave San Giorgio. Aver evacuato anche i cani è stata la dimostrazione che non abbiamo lasciato indietro nessuno. C’è un’immagine che non dimenticherò mai: prima di lasciare la Norman Atlantic, noi quattro ci siamo seduti per terra sul ponte dove eravamo stati in piedi per tante ore, appoggiati su una delle paratie, siamo rimasti con gli occhi chiusi e il volto rivolto verso il sole per cinque minuti, in assoluto silenzio. Eravamo sfiniti, ma soddisfatti».

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