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"Tutti sanno che non ci sono prove. La condanna in appello è una follia"

Parla Ottaviano Del Turco: "Da givernatore ho tagliato milioni alle cliniche di Angelini"

"Tutti sanno che non ci sono prove. La condanna in appello è una follia"

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Ottaviano Del Turco è molto provato, stanco, dopo la condanna nel processo sulla cosiddetta “Sanitopoli” abruzzese. La riduzione di pena, dai 9 anni e mezzo del primo grado ai 4 anni e 2 mesi dell’appello, non lo rincuora nemmeno un po’. Grida, come ha sempre fatto, la sua innocenza, si danna nel tentare di capire come sia stato possibile assolverlo per diciotto degli episodi corruttivi che gli venivano contestati e condannarlo per i sei restanti, e di conseguenza si domanda come abbiano fatto i giudici a ritenere credibile, ma solo un po’, il suo grande accusatore, l’imprenditore della sanità Vincenzo Angelini, condannato per la bancarotta della casa di cura Villa Pini.

 

In molti sono rimasti letteralmente allibiti per la sentenza.

«Come direbbe il poeta, a chi lo dice!».

 

Anche lei era convinto che l’avrebbero assolta?

«Di convinzioni, quando si ha che fare con la magistratura italiana, è difficile averne. Certo, mi era sembrato che i mesi trascorsi dalla sentenza di primo grado avessero contribuito a chiarire i fatti. Il dibattito in aula, di altissimo livello giuridico, aveva rafforzato la mia speranza in una soluzione positiva. Ma mi sbagliavo. Attenderò le motivazioni e poi ricorreremo, ovviamente, in Cassazione. Ma ci sono domande alle quali è necessario dare una risposta».

 

Ad esempio attraverso quale ragionamento i giudici siano giunti alla conclusione che Angelini, nel raccontare delle tangenti a lei consegnate, abbia detto il vero solo in sei casi e il falso nei restanti diciotto?

«Questa è la domanda fondamentale. Perché se il mio accusatore viene considerato non credibile per 18 degli episodi corruttivi rivelati e per sei, al contrario, viene ritenuto talmente attendibile da rendere superflue le prove e decisive le sue sole parole, allora c’è qualcosa che non funziona. Io oggi non sono nelle condizioni di spiegare sulla base di quali regole giuridiche i giudici abbiano preso la loro decisione».

 

C’è chi ipotizza che la Corte d’Appello abbia seguito la via delle cosiddetta frazionabilità delle dichiarazioni: pur rendendosi conto che Angelini in molti casi mentiva, ha preso ugualmente per buona solo una parte dei suoi racconti.

«Una cosa che, francamente, mi stupirebbe molto. Qualche mese fa l’attuale presidente della Regione Abruzzo Luciano d’Alfonso, processato per presunte tangenti, è stato giustamente assolto dalla stessa Corte d’Appello dell’Aquila perché le prove portate in aula dai pm non sono state considerati limpide e indiscutibili, come richiesto dal nostro ordinamento. Pensavo che questa sentenza avrebbe costituito un importante punto di riferimento per lo stesso Palazzo di giustizia, il quale, al contrario, ha dimenticando la base del diritto, e cioè che “in dubio pro reo”».

 

È presumibile che nemmeno il dimezzamento della pena sia sufficiente a strapparle un sorriso.

«Essere condannato a nove anni, a quattro o a sei, come aveva chiesto il procuratore generale, non cambia il mio stato d’animo. So, però, che tutto ciò ha a che fare anche col rapporto fra magistratura e opinione pubblica. La condanna a quasi 10 anni in primo grado, infatti, è stata così esemplare da indurre i cittadini a sorvolare sull’esistenza o meno delle prove, che dava per scontate. In appello è accaduto quasi il contrario, nel senso che la Corte, di fronte all’evidente assenza di riscontri, ha comminato una pena inferiore, diciamo più umana, così da renderla più digeribile per la stessa opinione pubblica.

 

Qualcuno, in passato, ha teorizzato che i soldi delle tangenti non sono stati trovati perché lei, da ex presidente della Commissione Antimafia ed ex ministro del Bilancio, ha sicuramente appreso i trucchi per far sparire il malloppo oltreconfine.

«Fu Antonio Di Pietro, durante una puntata di Porta a Porta, ad affermarlo. In quell’occasione avrei potuto rispondergli, e non lo feci, che avendo lui svolto la funzione di procuratore della Repubblica di Milano, ed essendo, dunque, entrato in contatto con un gran numero di reati, sarebbe sicuramente stato in grado di commetterli».

 

Angelini, condannato a 10 anni di carcere per bancarotta, è stato ritenuto in minima parte credibile, nonostante in dibattimento le sue ricostruzioni siano state smontate pezzo per pezzo. Di fronte agli occhi di un magistrato, che tipo di credibilità può avere un accusatore di questo tipo?

«Questa è la più grande contraddizione che ho rilevato nell’esposizione del procuratore della Repubblica dell’Aquila. Il quale, sostenendo che le prove non ci sono, che non sono in grado di esibirle e che probabilmente non verranno mai fuori, ha però creduto alle parole di Angelini e a quelle di altri testimoni. Ma sa chi sono? La moglie, anche lei condannata per bancarotta, il suo fedele autista e le sue due fedelissime segretarie. Mi è difficile capire la lettura dei fatti svolta dai giudici. La subisco».

 

Nicola Trifuoggi, il procuratore della Repubblica di Pescara che avviò l’inchiesta ottenendo il suo arresto, oggi all’Aquila fa il vicesindaco.

«Se un magistrato sceglie di lasciare Pescara, la città dove da molti anni vive con moglie e figli, per trasferirsi all'Aquila con funzioni politico-amministrative rilevanti, vista la ricostruzione post-terremoto, mi viene difficile non cogliere il sospetto che in questa scelta ci sia anche, diciamo così, la voglia di seguire da vicino le fasi del mio processo».

 

Del Turco, se lei è innocente, allora tutto questo da dove nasce?

«Da governatore ho tagliato milioni di euro di fondi alle cliniche di Angelini. C’è davvero bisogno di aggiungere altro?»

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