Lo scorso 10 luglio la dottoressa Silvana Saguto sembrava nervosa a chi ne ascoltava le conversazioni con le microspie piazzate nel proprio ufficio. Con lei un ufficiale della Dia che le consigliava di non parlare al telefono. E in altre conversazioni captate e diffuse oggi da numerosi siti di giornali palermitani il ritratto di una donna che spendeva decine di migliaia di euro al mese arrivandosi a indebitare persino con un supermercato sequestrato a un imprenditore in odore di mafia per una cifra vicina ai 20 mila euro. Le accuse per la donna ? Concorso in corruzione, induzione alla concussione, autoriciclaggio e abuso d’ufficio. I fatti? Incarichi a sei zeri distribuiti ad amministratori giudiziari amici in cambio di favori, assunzioni, consulenze. Al marito della giudice va una specie di subappalto da parte dell’avvocato Gaetano Cappellana Seminara. Quello che fino a pochi giorni orsono gestiva la maggior parte degli incarichi conferiti dalla sezione di cui la Saguto era il presidente. Pure il prefetto Giuseppe Caruso, ex direttore dell’Agenzia dei Beni confiscati, esternò a suo tempo contro di lui rivelando che per aver gestito l’Immobiliare Strasburgo, società del gruppo Piazza, l’avvocato Cappellano Seminara «ha preso una tranche di 7 milioni di euro, mentre per quanto concerne il cda percepiva 150 mila euro l'anno». Secondo i pm, Cappellano Seminara, mantenuto dalla Saguto nelle cariche in cui già si trovava ad amministrare i beni di mafia, avrebbe dato all’ingegnere Lorenzo Caramma, marito della Saguto, consulenze negli anni per 750mila euro. L’avvocato avrebbe fatto anche assumere uno dei figli del magistrato, Elio Caramma, come chef di Palazzo Brunaccini, albergo a quattro stelle in pieno centro storico, controllato, per gli inquirenti, dallo stesso Cappellano Seminara tramite la Società L. G. Consulting srl , riferibile alla madre e alla figlia . Nel verminaio che si sta scoperchiando a Palermo nella gestione dei beni di mafia, più della metà degli undicimila "asset" immobiliari e mobiliari sequestrati in tutta Italia per un valore stimato intorno ai 35 miliardi di euro, sono coinvolti altri due giudici: i pm Dario Scaletta e Lorenzo Chiaramonte. Il primo è accusato di rivelazione di segreto per avere fornito notizie sull’indagine a carico della sezione misure di prevenzione. Per il secondo si parla di abuso d’ufficio: da magistrato della stessa sezione della Saguto non si sarebbe astenuto dall’affidare la gestione di beni per 10 milioni sequestrati al boss Luigi Salerno, nonostante l’amministratore designato fosse una persona a lui vicina. Il Csm era "curato", secondo l’accusa, da Tommaso Virga, che in passato ne fu membro. Il quale a propria volta aveva un figlio, Walter, nominato in seguito ad amministrare i beni sequestrati agli imprenditori Rappa e Bagagli.
Il verminaio dei giudici e degli amministratori delle case dei clan
Favori, consulenze e assunzioni. Così Silvana Saguto avrebbe gestito in tutta Italia un tesoro da 35 miliardi di euro
