Il 14 aprile scorso la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che l’ex agente del Sisde Bruno Contrada non andava condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, perché i reati a lui attribuiti sarebbero stati commessi fra il 1979 e il 1988, dunque prima del 1994, anno in cui, con la sentenza Demitry, le sezioni unite della Cassazione decretarono in modo esplicito l’esistenza di quel reato. Tre mesi dopo il governo italiano ha presentato ricorso contro la sentenza della Cedu, respinto pochi giorni fa dalla Grande Camera del Tribunale di Strasburgo. Una decisione che ha riempito di soddisfazione il cuore di Contrada, il quale, conversando con Il Tempo , chiede all’Italia di recepire la decisione della Cedu, annullando la sua condanna, e ipotizza riflessi inevitabili sul caso di Marcello Dell’Utri, come lui condannato per concorso esterno per reati compiuti prima che quel reato prendesse corpo. Contrada, la decisione della Grande Camera potrebbe avere effetti notevoli su altri casi giudiziari? «Guardi, io ho appreso la notizia dalla stampa. Per ore nessuno ne ha saputo nulla. Con la professoressa Andreana Esposito, consulente dell’avvocato Enrico Tagle che si è occupato del ricorso, siamo stati presi alla sprovvista. È accaduto qualcosa di strano, connesso proprio alle conseguenze che la decisione della Grande Camera potrà avere. In determinati ambienti politici e della magistratura c’è l’intenzione di far passare il più possibile sotto silenzio quanto stabilito da Strasburgo, perché chi avversa Berlusconi sa che la decisione dei 17 giudici della Grande Camera crea problemi notevoli nell’ambito della giustizia italiana e può avere riflessi seri sulla detenzione di Dell’Utri, che ora potrà avvalersi di questa sentenza per uscire dal carcere e tornare libero». La sua doppia vittoria in sede europea rispedisce al mittente la tesi, da molti sostenuta, secondo la quale il concorso esterno è non già un’"emanazione giurisprudenziale" ma ha una matrice "inequivocabilmente normativa", essendo un combinato disposto fra l’articolo 416 bis del 1982 (associazione mafiosa) e il 110 (concorso nel reato). Dunque, secondo questa impostazione, la sua condanna sarebbe sacrosanta. «È quanto sostenuto nella sentenza "Infinito", anche dal giudice Antonio Esposito. Ma è un errore. Nel diritto penale, dove i reati devono essere chiari, definiti e precisi, non c’è un’estensione analogica della norma, come accade dell’ordinamento civile. Siamo di fronte a una questione giuridica di enorme importanza di cui deve essere investito il parlamento, che dovrebbe definire questa figura di reato. Anche se la dottrina più accreditata lo definisce un assurdo giuridico. Lei davvero s’illude che questo parlamento, pieno di "onorevoli" che amano o temono le toghe, andrà a impelagarsi in questo ginepraio giuridico? Certo che no. In ogni caso, dovrò esperire le necessarie azioni giudiziarie affinché l’Italia si conformi alla pronuncia della Cedu, come stabilito dalla Corte Costituzionale, che con la sentenza 113 del 2011 ha dichiarato incostituzionale l’articolo 630 del cpp nella parte in cui non prevede tra i motivi di revisione del processo la necessità di conformarsi a una sentenza della Corte europea. D’altronde, se così non fosse, il Tribunale di Strasburgo che ci starebbe a fare?» Quali sarebbero le conseguenze se l’Italia recepisse la decisione della Corte Europea? «L’annullamento della mia condanna. Il governo ha presentato ricorso, tra l’altro l’ultimo giorno utile, anche nella speranza che la Grande Camera modificasse la sentenza di aprile, ma è stato un boomerang. Per cui io adesso per l’Europa non dovevo essere condannato, mentre per l’Italia, firmataria della Convenzione che prevede di conformarsi alle sentenze definitive della Corte, sono colpevole. Ma non lo sono. E ai miei nipoti voglio almeno lasciare in eredità la mia onorabilità».
«Strasburgo mi ha dato ragione Adesso Dell’Utri può tornare libero»
Parla Contrada. Intervista all'ex agente del Sisde condannato dall'Italia e "assolto" dall'Europa
