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«Per Buzzi bisognava pagare i politici»

Claudio Bolla, impiegato della 29 Giugno, racconta il metodo del ras delle coop

«Secondo la logica di Buzzi agli amministratori o ai funzionari o a...». Pm: «...bisognava pagarli?». «’Sta cosa poteva invogliare...». Il metodo corruttivo che sarebbe stato messo in piedi da Salvatore Buzzi per «invogliare» politici e funzionari ad assecondare i suoi interessi è confermato anche da Claudio Bolla, impiegato presso la cooperativa 29 Giugno e arrestato il 4 giugno, nella seconda tranche dell’inchiesta Mafia Capitale. Due giorni dopo Bolla è davanti al gip Costantini e al pm Tescaroli. È il giorno del suo interrogatorio di garanzia. È in questa occasione che l’indagato spiega i metodi utilizzati da Buzzi, per convincere il sindaco di Castelnuovo di Porto, Fabio Stefoni (anche lui arrestato). L’obiettivo del patron della 29 Giugno, racconta Bolla, sarebbe stato quello di ottenere dal sindaco l’autorizzazione per costruire nel paese un nuovo centro d’accoglienza per rifugiati. Un traguardo per il quale il braccio economico di Carminati sarebbe stato disposto a pagare: «0,50 centesimi per ogni ospite, che su 400 persone significa 6 mila euro, su 300 significa 4 mila e 5». Una cifra da sommare a «un contributo di 10 mila euro alla campagna elettorale di Stefoni». Bolla racconta anche di essere andato con Buzzi a presentare il progetto di Borgo del Grillocome Cara 2. Più precisamente si sarebbe recato dal prefetto Mario Morcone, dall’ex prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro e dal sottosegretario al ministero dell’Interno Domenico Manzione. «Ci sono stati 5 incontri di questo tenore, l’ultima volta parleremo con Mazione», poi, precisa Bolla: «Il prefetto Pecoraro cederà, se il sindaco Stefoni lo autorizza, il prefetto Morcone ci dirà la stessa cosa, anche il sottosegretario». Tuttavia Stefoni, per dare il suo via libera – spiega l’indagato – «essendo sindaco di un Comune di centrodestra, voleva dare ai suoi elettori qualcosa in cambio: 4 vigili, un posto di polizia fisso, l’illuminazione pubblica su Borgo del Grillo». Buzzi, però, avrebbe insistito facendo leva sulle sue risorse economiche: «Diceva sempre: "C’abbiamo tanti di quei soldi", io gli ho suggerito più volte di investirli in un’attività privata (...) perché non mi piaceva questa dipendenza dal pubblico, la vedevo troppo sconcia (...) Adesso capisco perché il grande imprenditore faceva un certo tipo di scelta di mercato e non un’altra». Ma le dinamiche in cui si muoveva «il grande imprenditore» non erano semplici da gestire. Bolla infatti racconta ai magistrati che a gennaio l’imprenditore Flavio Ciambella sarebbe andato a trovarlo in via Pomona: «Mi dice: "dovresti far sapere a Buzzi che Stefoni, per negare di aver ricevuto questo contributo elettorale si è procurato due falsi testimoni che testimonieranno contro Buzzi». Tuttavia Claudio Bolla spiega che, durante il suo lavoro presso la 29 Giugno, non aveva ben compreso la funzione di quel denaro che uscendo dalle casse delle coop di Buzzi sarebbe andato a ingrassare le tasche dei politici o delle associazioni a loro vicine: «Io ho sempre immaginato fossero contributi elettorali – racconta l’indagato – Poi Buzzi aveva questa modalità comunicativa molto sopra le righe per cui utilizzava espressioni tipo "Pago tutti, pago tutti” (...) Ne ha dette molte altre di sciocchezze (...) mi definisce ’ndranghetista anche alla presenza di Carminati, sa come se per me fosse un onore (...) diceva "Pensate che vinciamo perché siamo bravi? (…) Voi senza di me non sareste niente». L’indagato sostiene di non saper nulla anche dell’ormai noto libro nero: «Dopo il sequestro – riferisce agli inquirenti – Dopo abbiamo capito che il magazzinetto delle pulizie ospitava una cassaforte e presumo che fosse stato conservato lì, ma su..sta cosa è stata capita dopo. Per me i contributi...i pagamenti erano pagamenti in chiaro per le campagne elettorali». Bolla sembra cadere dalle nuvole anche in merito alla turbativa d’asta sull’accoglienza: «Chiamai Eta Beta e Europa Consultin per chiedergli se partecipavano alla gara segnalandogli che quello era un servizio, diciamo, che era gestito da noi, che comportava... tra l’altro chiedendo 10mila volte scusa perché mi vergognavo come un ladro… per una questione etica. Non mi sono chiesto se stessi facendo una turbativa d’asta». Inoltre, in merito all’assunzione delle nipoti del funzionario comunale Altamura, l’indagato spiega come era facile per i parenti dei politici trovare un lavoro: «Se voi sequestrate le carte della cooperativa c’è un foglio che viene compilato e in alto a destra c’è scritto da chi proviene la segnalazione (...) questo curriculum veniva messo sopra la pila di curricula e veniva chiamato per il colloquio prima».

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