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«La mafia di Vittorio rispetto dell’onore»

di Otello Lupacchini   LEGGI ANCHE Cavalli bianchi per il funerale del bos del «pizzo»

Il fastoso funerale di Vittorio Casamonica, uno dei maggiorenti dell’omonimo «Clan», è arrivato casualmente all’indomani del provvedimento del giudice per le indagini preliminari che disponeva il giudizio immediato nei confronti di Massimo Carminati, Salvatore Buzzi, politici e imprenditori implicati nelle vicende criminali condotte a emersione dall’indagine della procura capitolina denominata «Mafia Capitale», il cui grande merito sta nell’aver concentrato il fuoco dell’attenzione sul pantano di corruzione, di connivenze, di omertà in cui affonda la Città eterna, costringendo finalmente un’opinione pubblica inebetita dagli schermi a prendere atto che Roma è città venale, sempre sul punto di perire, purché trovi un compratore. Passata la buriana, mentre la ribalta mediatica è occupata ormai dal commissariamento senza scioglimento del Comune di Roma, al netto delle violente polemiche, spesso strumentali, innescate dall’abnorme festa funebre e rimbalzate anche sulla stampa estera, complice il rimpallarsi delle responsabilità tra prefettura, questura, municipio, forze dell’ordine, per il fallimento dei meccanismi preventivi che avrebbero dovuto impedirne la celebrazione in pompa magna, si può dire, con animo freddo e pacato, che si è assistito a una vera e propria sfida lanciata da chi si crede onnipotente ai cittadini onesti, quelli cioè che hanno fame e sete di giustizia e che stanno esaurendo la pazienza, nell’attesa del giorno del giudizio universale, quando, promettono, chi ha fatto del bene risorgerà per una resurrezione di vita e chi ha fatto del male per una resurrezione di condanna: una carrozza barocca trainata da sei cavalli impennacchiati, un corteo di duecento auto, suv a profusione per le corone, un tappeto di petali di rosa sparsi da un elicottero, una fanfara che esegue le musiche de «Il Padrino», seicento persone in gramaglie che seguono il feretro, un quartiere bloccato per ore, una Rolls Royce per trasportare la salma al cimitero; ma anche una gigantografia appesa all’esterno della chiesa con la scritta «Vittorio Casamonica: Re di Roma», insieme a un fotomontaggio che raffigura il defunto, di bianco vestito e con tanto di crocefisso sul petto, accanto al Colosseo e alla Basilica di San Pietro, e un altro manifesto a rafforzare il concetto: «Hai conquistato Roma, ora conquisterai il paradiso». In uno dei primi comunicati ufficiali al riguardo, si legge: «Il defunto, morto nelle prime ore del 19 agosto, dopo una malattia di circa un anno, risulta(va) ai margini degli ambienti criminali, come confermato dalle recenti attività investigative nel corso delle quali lo stesso non (era) mai emerso». Ma non era di sicuro questa una buona ragione per decidere di non monitorare la situazione, essendo prevedibile che all’ultimo saluto a Vittorio Casamonica – anche nell’ipotesi surreale che fosse stata esclusivamente sua l’intenzione di voler morire alla grande, ossessionato, soprattutto negli ultimi giorni di vita quando magari intuiva che si stava spegnendo, dal pensiero del giorno dei suoi funerali e tormentato da angoscianti interrogativi, su come se ne sarebbe andato, su quale ricordo avrebbe lasciato alla sua "famiglia", ai figli maschi, ai figliocci che aveva battezzato – sarebbero potuti intervenire personaggi di primo piano del suo “Clan”. Un «Clan» che annovera oltre mille componenti, ramificato in un mosaico di famiglie imparentate tra loro, invisibile al fisco nonostante lo sfarzo hollywoodiano di residenze e parco macchine, inviolabile alla giustizia che, nonostante le ripetute inchieste giudiziarie e i tanti blitz, ne ha a malapena intaccato il patrimonio milionario, senza incidere sulla sua autorità criminale. Un «Clan» presente a Roma da quarant’anni e tornato prepotentemente alla ribalta, anche di recente, dopo che «L’Espresso», in un’inchiesta che anticipava «Mafia Capitale», gli aveva dedicato la copertina e un documentato articolo, annoverando un suo esponente, Peppe Casamonica, fra i «quattro Re di Roma» insieme a Massimo Carminati, Carmine Fasciani e Michele Senese, per tacere del coinvolgimento proprio in «Mafia Capitale» di Luciano Casamonica. Last but not least, un «Clan» sinti, che rivendica con orgoglio il proprio substrato culturale; il cui potere si fonda su un amalgama di inviolabili solidarietà e omertà familiari, nonché di capacità imprenditoriali affinate nel corso di decenni attraverso la gestione, in un’area progressivamente sempre più estesa della Capitale, di alcune specifiche attività criminali, dall’usura al «recupero crediti», ma anche riciclaggio, truffe, furti, traffico e spaccio di stupefacenti; che nell’ostentata sontuosità di feste e cerimonie celebra pubblicamente il proprio arricchimento e che attraverso lo sfoggio insolente dell’iconografia religiosa esibisce la propria forza e conquista l’indulgenza divina per i propri affiliati. Se si sposta l’ottica dal de cuius al «Clan» è evidente che il funerale non è stato solo uno show grottesco, uno scialo di magnificenza kitsch, quanto piuttosto, una di quelle prove di forza che le organizzazioni delinquentesche esibiscono per affermare il mito della loro impunità, contando altresì sull’assenza, la sbadataggine, l’incapacità o peggio la complicità e la corruzione dello Stato. Il tentativo degli affiliati al «Clan» di negare la mafiosità del defunto – «Dicono che era un boss, ma la mafia è tutta un’altra cosa (…) Perché i politici parlano e infangano il nome dei Casamonica? I politici cosa vogliono dai Casamonica? (…) La mafia è dentro la politica» – e di onorarne la memoria – «Era come il Papa. Era il capo della famiglia. Decideva sui figli e sui nipoti, risolveva litigi. Era il vertice per le sue capacità» – finisce per conseguire l’effetto opposto a quello sperato: nei gruppi criminali non vi è omogeneità nell’utilizzo dei simboli, ma il ruolo del boss mafioso è precisamente, per dirla con il manzoniano Conte zio, quello di «Sopire, troncare (…) troncare, sopire». È impressionante, del resto, quanto negli indignati argomenti dei nipoti del defunto riecheggino le parole vergate sul retro del «santino» distribuito il giorno del funerale d’u Zi’ Ciccu Di Cristina, un molto rispettato padrino di Riesi, legato a Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo e Michele Navarra: «In lui gli uomini ritrovarono una scintilla dell’eterno rubata ai cieli. Realizzandosi in tutta la gamma delle possibilità umane, fece vedere al mondo quanto potesse un vero uomo. In lui virtù e intelligenza, senno e forza d’animo si sposarono felicemente per il bene dell’umile, per la sconfitta del superbo. Operò sulla terra imponendo ai suoi simili il rispetto dei valori eterni della personalità umana. Nemico di tutte le ingiustizie dimostrò con le parole, con le opere che la mafia sua non fu delinquenza, ma rispetto della legge dell’onore, difesa di ogni diritto, grandezza d’animo. Fu amore».

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