Basi aeree per le manovre dei mezzi della coalizione, droni senza pilota, l’utilizzo della portaerei Cavour ma niente soldati a terra, almeno nella prima fase. Sul campo, intanto, è già operativa l’intelligence, che si sta occupando dei quattro tecnici rapiti lo scorso 19 luglio. L’Italia si prepara alla missione militare in Libia sotto l’egida dell’Onu, che ormai sembra l’unica via percorribile per fronteggiare l’avanzata dell’Isis nel paese nordafricano. L’intervento militare, dunque, tra ritardi e ripensamenti che hanno consentito al gruppo terroristico di espandersi e controllare vaste aree, sembra quasi obbligatorio, ma al momento non c’è niente di ufficiale. Nonostante le indiscrezioni filtrate già nei mesi scorsi e che vorrebbero il nostro Paese alla guida dell’operazione, salvo ripensamenti dell’ultima ora, si attende il mandato dell’Onu senza il quale l’Italia non si muove. In ogni caso da gennaio il Comando operativo di vertice interforze (Coi) e gli Stati maggiori militari sarebbero al lavoro per la pianificazione delle possibili attività di intervento. E quindi, tra le ipotesi in campo, l’Italia oltre ad avere il comando dell’operazione, metterebbe a disposizione le basi aeree che si trovano in Sicilia e Puglia per consentire le manovre dei mezzi della coalizione internazionale. In campo anche i droni senza pilota dell’Aeronautica militare, Predator a pilotaggio remoto, presenti presso il 32° Stormo di Amendola (Foggia). Se fosse confermata la direzione italiana, inoltre, la portaerei Cavour, ammiraglia della nostra Marina militare, si sposterebbe di fronte alle coste libiche con il ruolo di nave-bandiera e sede del comando multinazionale. Sull’impiego di uomini a terra, invece, la questione è più delicata. Si potrebbe ipotizzare l’invio di un contingente militare sul terreno, con il contributo iniziale di reparti di forze speciali (il 9° Reggimento d’assalto paracadutisti incursori Col Moschin dell’Esercito, gli incursori di Marina del Comsubin), ma su numeri e modalità vige il più assoluto riserbo. Insomma, prove tecniche in attesa del via libera delle Nazioni Unite. Il tempo stringe, però, e la necessità di un intervento militare in Libia da parte della comunità internazionale, che vada però di pari passo anche con le trattative per la costituzione di un governo di unità nazionale, è evocata da più parti. Ieri, durante la riunione straordinaria della Lega araba, Mohamed el Dayri, il ministro degli Esteri del governo di Tobruk (quello riconosciuto dalla comunità internazionale) ha chiesto un intervento armato attraverso l’attivazione del codice di difesa comune, in particolare «l’articolo che autorizza uno stato arabo a chiedere l’intervento militare degli altri paesi per far fronte ai pericoli sul proprio territorio». Mohamed al Dayri ha poi esortato la Lega araba, riunita al Cairo, a lanciare «un intervento militare e bombardamenti aerei selettivi» contro l’Isis. «Siamo venuti per attivare l’articolo dell’accordo che prevede per qualsiasi Paese arabo - ha detto - la possibilità di sollecitare l’intervento militare del resto dei Paesi membri sul suo territorio in caso di pericolo». Le scarse risorse delle forze libiche non hanno permesso a Tobruk di evitare «gli omicidi di massa a Sirte», ha aggiunto, ricordando che «Derna è sequestrata dall’Isis e a Bengasi c’è un terrorismo estremo». Una minaccia anche per i Paesi vicini - come Algeria, Tunisia ed Egitto - di cui l’Europa è consapevole. Il delegato egiziano alla Lega araba, Tariq Adel, ha ricordato che per aiutare il governo di Tobruk è necessario mettere fine ai finanziamenti verso lo Stato islamico in Libia e revocare l’embargo sulle armi verso l’esercito libico. Nel documento stilato alla fine dell’incontro, inoltre, si auspica la messa a punto di una strategia araba che assicuri assistenza militare alla Libia contro l’Isis. Un riferimento anche ai negoziati per la costituzione di un governo di unità nazionale portati avanti dall’inviato dell’Onu, Bernardino Leon, e che sono visti di buon occhi anche dalla stessa Lega araba. Dalla riunione, infatti, è arrivata la chiara richiesta alle parti di trovare un accordo il più presto possibile. L’operazione, però, sta mostrando le sue difficoltà anche a causa degli scambi di accuse reciproche tra i due governi, quello islamista di Tripoli e quello riconosciuto di Tobruk.
Droni, portaerei e basi aeree Parte la guerra contro l’Isis
Al momento non è ancora stato deciso se inviare truppe di terra
