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Scagionato dai minori Che fine ha fatto Bosio?

Gianni Di Capua Che fine ha fatto Daniele Bosio, l’ambasciatore italiano arrestato nelle Filippine per traffico e abuso di minori? Arrestato nell’aprile di un anno fa, il diplomatico aveva...

Che fine ha fatto Daniele Bosio, l’ambasciatore italiano arrestato nelle Filippine per traffico e abuso di minori? Arrestato nell’aprile di un anno fa, il diplomatico aveva conquistato l’attenzione di buona parte dei media, poi la sua storia è finita lentamente nel dimenticatoio. Eppure Bosio è ancora a Manila. In seguito a una lunga serie di vicende giudiziarie e a una detenzione ai limiti della sopportabilità umana, il processo è appena iniziato. A 15 mesi dall’arresto e quasi un anno dopo la chiamata in giudizio, l’accusa non ha ancora terminato di presentare le testimonianze e le prove in proprio favore. Ed è proprio questo il punto: colpevole o innocente il cittadino italiano Daniele Bosio ha diritto, come tutti, a un giusto processo perché solo attraverso un giusto processo si può sperare di giungere alla verità. E il processo di Bosio, per adesso, ha attestato soltanto che le presunte vittime, i bambini, che sono uno dopo l’altro sfilati davanti al giudice, hanno smentito di aver subito abusi. Hanno solo ricordato di aver avuto in dono da Bosio una giornata felice in un parco acquatico frequentato da centinaia di famiglie. Eppure Bosio, vent’anni di immacolata attività di volontariato in favore dei bambini in Italia e nel mondo, è da mesi sottoposto alla gogna mediatica e giudiziaria. Tra abusi, questi sì, da lui subiti fin dall’inizio. Prima di essere arrestato, infatti, l’ambasciatore si reca volontariamente in commissariato per chiarire la situazione. In commissariato, in violazione della legge, viene detenuto e interrogato senza essere informato dei propri diritti. Gli vengono sequestrati tutti gli effetti personali. Non gli viene concesso di essere assistito da un avvocato. Proprio perché senza un avvocato, Bosio firma inconsapevolmente (del resto non potrebbe essere altrimenti) una rinuncia scritta ai suoi diritti costituzionali. Bosio firma - in assenza di un legale - il cosiddetto «waiver» dell'articolo 125 del codice penale filippino e rinuncia volontariamente ai diritti di indagato e accetta di restare in detenzione fino alla conclusione delle indagini preliminari. Vale la pena ricordare che per la legge filippina se il «waiver» non viene firmato alla presenza del proprio avvocato, la rinuncia ai diritti da parte dell’indagato è da considerarsi nulla. Quindi Bosio sarebbe dovuto essere rimesso in libertà malgrado la firma del documento. Invece ha vissuto 40 giorni in una cella di 30 metri quadri con oltre 80 persone, prima di essere trasferito in ospedale per gravi problemi renali sopravvenuti durante la detenzione. Un magistrato locale ha poi accolto la sua richiesta di libertà su cauzione «per assenza di gravi indizi a carico» del diplomatico italiano. Da allora, comunque, il processo langue tra rinvii e ritardi prodotti dall’accusa. Le udienze preliminari vengono di volta in volta vengono rinviate. Una volta perché le attiviste della Ong chiedono la rimozione del pubblico ministero Agripino Baybay, un’altra perché le indagini preliminari vengono sospese. Lo stesso pubblico ministero prima si rifiuta di tenere in considerazione le dichiarazioni giurate sottoscritte dai genitori (e/o tutori) dei bambini, in cui si faceva esplicito riferimento al permesso accordato a Bosio per accompagnare i bambini al parco acquatico. Anche l’udienza fissata per il 16 aprile 2015 viene cancellata perché le accuse ("public e private prosecutors") dichiarano di non essere «preparate». Nella stessa occasione, il private prosecutor (rappresentante la ONG) sostenuto dal public prosecutor chiede l’arresto di Bosio con la motivazione che è «irrispettosa» nei confronti della Corte la sua scelta di non comparire all’udienza. Un’intimidazione fin troppo chiara. Nell’udienza del 17 aprile 2015, su istanza urgentissima dell’avvocato di Bosio, il mandato d’arresto è ritirato dallo stesso giudice che lo aveva emesso e che ne ha riconosciuto l'infondatezza. Questi sono solo alcuni dei momenti terribili vissuti dal nostro connazionale. Ripetiamo lo stesso interrogativo: innocente o colpevole, è vera giustizia? Pare proprio di no.

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