Prima o poi qualcuno dovrà dirlo, ma la “commemorazione per il 35° anniversario della strage di Bologna” non interessa praticamente più a nessuno. Né questa commemorazione, né le decine di altre “commemorazioni” a forte impronta politica che attraversano il paese da nord a sud. La gente è stanca, percepisce che molte cose non tornano in quello che viene detto, si accorge che i discorsi dei politici sono tutti uguali, che gli articoli dei giornali vengono copiati da un anno all’altro spostando solo qualche virgola, che i servizi dei telegiornali sono una specie di macchina del tempo, con sempre le stesse persone, gli stessi palchi, gli stessi striscioni, il tutto solo un po’ più invecchiato di anno in anno. Al tutto si aggiunge un senso di fastidio, perché si prende spunto da cose serie, da storie drammatiche, e le si usa in maniera chiaramente strumentale. Fiumi di retorica per coprire la verità che la politica da troppo tempo è a corto di idee, che chi viene pagato per amministrarci non sa cosa fare, e cerca di distrarci raccontando storie ormai superate, rimpolpando vecchie teorie del complotto, immaginando trame sempre più complicate. Si autodefiniscono “cultori della memoria”, e la loro frase preferita è “per non dimenticare”. Non siamo d’accordo. Quando la memoria non è sana, non è equilibrata, non è vera, sarebbe meglio dimenticare. Una memoria falsificata fa danni enormi. Cossiga, poco prima di morire, raccontò il suo punto di vista: l’Italia usciva sconfitta da una guerra, e “a fin di bene” fu deciso di creare alcuni miti, per ridare fiducia a un popolo stanco e diviso. Ma, concludeva Cossiga, ora che il paese è cresciuto, e la democrazia è una conquista definitivamente acquisita, sarebbe ora di dire la verità su alcuni “miti fondativi”, che erano falsi. Ovviamente la sua proposta cadde nel vuoto assoluto. Evidentemente in molti ancora pensano che il nostro paese sia immaturo e ignorante, ed ha ancora bisogno di verità addomesticate. Ed ecco che la “memoria” non viene usata per rinsaldare il paese, o per farlo crescere. Da noi la memoria viene ancora oggi usata come un’arma contundente, con la quale picchiare gli avversari politici, con la quale tenere in soggezione chi ha idee autonome e indipendenti. Come dicevamo prima, questo uso “contundente” della verità crea grossi danni. Da un lato c’è chi ci crede. Alcuni sono in buona fede, ma hanno avuto il cervello lobotomizzato da decenni di propaganda. Da questa parte dell’Italia non ci possiamo aspettare grandi cose, sono quelli che un famoso storico britannico, Hobsbawm, definiva “ritardati storici”, sono fuori dal flusso della storia, fuori dalla realtà. Alcuni di questi della “memoria contundente” sono chiaramente in mala fede, ma non sono molti, e in fin dei conti non merita che si parli di loro. Poi esiste la maggioranza del paese, quella alla quale appartiene la maggior parte dei moderati. Un’Italia che non ha voglia di litigare su ogni cosa, un’Italia che preferirebbe costruire piuttosto che star sempre a guardare all’indietro, un’Italia che sa che errori sono stati fatti da tutte le parti, ma nessuno così grave da impedirci di andare avanti. Si, esiste un’Italia moderata che non ha voglia di litigare, ma non ha nemmeno voglia di farsi prendere in giro, di farsi raccontare storie inverosimili, di farsi mettere sempre dalla parte del torto dai giri di parole che usano i fautori della “memoria contundente”. A Bologna vogliono continuare a dirci che si è trattato di un complotto di vecchi democristiani associati alla P2 e a giovani neofascisti? Continuassero pure a raccontare questa storie se vogliono. Siamo in democrazia, loro possono raccontarle, e per pigrizia intellettuale e conformismo ben remunerato troveranno spazio sui media. Ma, appunto, siamo in democrazia, e come ci invitava a fare Cossiga, noi siamo liberi di non crederci. E anzi, di essere anche infastiditi dal continuo tentativo dei fautori della Memoria Contundente di riraccontarci le stesse storie, come se fossimo degli sciocchi.
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