C’è un orrore che supera la cruda e terribile immagine dello sventurato cittadino francese ucciso dal suo dipendente adepto dell’Isis e da lui decapitato. È la criminale freddezza con cui qualcuno ancora ignoto ha diffuso attraverso un account Twitter vicino all'Isis uno dei momenti della crudele mattanza, con la vittima ormai morta, ancora la testa sulle spalle prima che, staccata dal corpo, venisse "impalata" sulla cuspide di un cancello e quello sguardo di Yassin Salhi, il folle omicida, che trasuda una sanguinaria, inumana e insostenibile soddisfazione, come per una missione a lungo sperata e finalmente compiuta. Missione che, come tutte le altre che i tagliagole dell’Isis diffondono con sapiente frequenza temporale delle immagini e dei filmati, devono essere burocraticamente certificate, per testimonianza e monito, infine archiviate e recuperate alla bisogna, utilizzando in questo caso uno degli strumenti più moderni e ossessivi dei nostri tempi.Il selfie, ultimo ritrovato per l’esaltazione dell’umana vanità, capace di assicurare non più il famoso quarto d’ora di gloria che Woody Allen considerava legittimo per ognuno di noi, ma sequenze di celebrità pesso perversa, al servizio di un’ideologia folle. La riflessione sollecitata da quest’ultimo episodio, riguarda la sostanziale fragilità del sistema dei social nella difesa dei propri contenuti. Twitter aveva recentemente chiuso tutti gli account collegati all’Isis, ricevendo chiare minacce di morte per il suo fondatore, ma evidentemente non è servito, perché la rete è di fatto permeabile e perciò esposta a tutti gli attacchi più imprevisti e dissennati. Siamo di fronte a una rivoluzione del modo di comunicare impensabile fino a poche decine di anni fa. Ogni momento della nostra vita, incluse le orribili decapitazioni dell’Isis, è filmabile e soprattutto mostrabile al mondo senza aggravio di spese, gratis. È un sistema che sta esaltando le menti più perverse, i protagonismi repressi, le ideologie più sanguinarie. L’Isis è oggi uno degli utilizzatori più assidui. Ma il pericolo che gli imitatori si moltiplichino fa parte, purtroppo, della nostra realtà.
Il killer Isis e il selfie dell’orrore
di Riccardo Scarpa
