19 luglio 1992, l'attentato di via D'Amelio, a Palermo. Sono le cinque di un assolato pomeriggio quando un boato risuona nel capoluogo siciliano. Un'autobomba con cinquanta chili di tritolo esplode uccidendo il giudice del pool antimafia Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Domani è il 23^ anniversario della strage di via D’Amelio e mentre la Sicilia è sconvolta dal caso Crocetta al Palazzo di Giustizia, dove il presidente della Repubblica incontra il figlio del magistrato Manfredi, va in scena una cerimonia emozionante. A sorpresa il figlio del giudice, commissario di polizia a Cefalù, parla della sorella, ex assessore alla Sanità, dopo le dimissioni dal governo e il caso delle intercettazioni di Matteo Tutino.Un discorso appassionato che si conclude con l'abbraccio commosso del Capo del Stato."Da oltre un anno mia sorella Lucia era consapevole del clima di ostilità e delle offese subite solo per adempiere il suo dovere, in corsi e ricorsi drammatici che ricordano la storia di mio padre". Mattarella abbraccia Manfredi Borsellino. "Signor presidente della Repubblica come le ho anticipato nel nostro incontro privato sono qui per lei, non era prevista né forse la mia presenza in questa aula oggi, né il mio intervento che rischia di far saltare la scaletta. Lei è sempre stato un punto di riferimento per mio padre e la mia famiglia. Ho avuto l'onore e l'occasione di assistere per due volte a un colloquio telefonico con mio padre e ho sempre notato la reverenza, il grado di stima che provava nei suoi confronti". Così a sorpresa Manfredi Borsellino, il figlio del giudice ucciso, si è presentato nell'aula magna del Palazzo di Giustizia di Palermo dove, per iniziativa dell'Anm, sono state ricordate le vittime della strage di via D'Amelio. Manfredi si è rivolto al Capo dello Stato che alla fine del discorso lo ha abbracciato. Un intervento forte, determinato e commosso quello del figlio del magistrato ucciso: "E' talmente viva la tragedia di 23 anni fa che è difficile chiederci di scavare ancora i nostri ricordi e di parlare di una persona al passato. Non intervengo per mio padre, intervengo per mia sorella Lucia. Mia sorella non può parlare, non vuole, forse, adesso parlare". Il silenzio sordo delle Istituzioni. "La lettera di dimissioni con cui mia sorella ha lasciato l'assessorato alla Salute ha prodotto un silenzio sordo da parte delle istituzioni, regionali in particolare - dice Manfredi un po' a braccio e un po' leggendo un testo scritto - Quella lettera già diceva tutto. Andrebbe riletta tante volte, indipedentemente dalle indiscezioni giornalistiche dei giorni successivi e fino a oggi. Io intervengo - spiega - perché non credevo che la figlia più grande di mio padre, la sua primogenita, la figlia con cui mio padre viveva in simbiosi, anche solo con lo sguardo, dopo 23 anni dalla sua morte, dovesse vivere un calvario simile a quello del padre, nella stessa terra che ha elevato mio padre suo malgrado a eroe. Io non entro e non posso entrare, e lo devo al mio questore al mio capo della polizia, per la mansioni che ricopro e per l'amministrazione cui appartengo, nel merito delle indiscrezioni giornalistiche di questi giorni. Indiscrezioni che, indipendentemente dalle verifiche che verranno fatte dagli uffici giudiziari circa l'attendibilità o meno di determinate circostanze, avranno turbato, probabilmente, tutte, mi auguro, le persone presenti in quest'aula e anche fuori da quest'aula, ma vi assicuro non hanno turbato mia sorella Lucia per una semplicissima ragione: perché mia sorella da oltre un anno era consapevole del clima di ostilità in cui operava, delle offese che le venivano rivolte, per adempiere a nient'altro che al suo dovere. Corsi e ricorsi storici drammatici, perché sappiamo benissimo chi stiamo commemorando qui oggi. Ed è incredibile che la figlia di mio padre si sia ritrovata a vivere un passaggio della sua vita che ricorda per molti aspetti quella del suo grande genitore". "Lucia ha portato la croce". "Non sarà la veridicità o l'autenticità del contenuto di una singola intercettazione telefonica a impedire che tutti i siciliani onesti, sappiano lo scenario drammatico in cui mia sorella Lucia si è trovata a operare in questi anni alla guida di uno dei rami più delicati dell'amministrazione regionale. Lucia ha portato la croce - denuncia Manfredi - perché di questo si è trattato, fino al 30 giugno perché amava a dismisura il suo lavoro. Voleva davvero una sanità libera e felice. Ed è rimasta fino al 30 giugno per amore di giustizia, per suo padre, per potere spalancare le porte di un assessorato e di una sanità intera, al centro da sempre in Sicilia di interessi mafiosi e del malaffare, alla procura della repubblica e alle forte di polizia perché nessuna risultanza investigativa, generata anche dal suo operato, andasse dispersa. Poi non ce l'ha fatta più. Non so come mia sorella Lucia abbia psicologicamente tollerato di lavorare in quell'assessorato malgrado quello che noti professionisti e noti manager della sanità pensavano e avrebbero detto di lei. Ma so che lei è e sarà sempre la più degna dei figli di suo padre. Dovrei chiedere di esser destinato altrove - conclude il figlio del giudice - lontano da una terra davvero disgraziata. Ma non solo non glielo chiedo, ma ribadisco con forza che ho il dovere di rimanere qui, lo devo a mio padre e adesso lo devo sopratutto a mia sorella Lucia". Il forfait di Crocetta. Il presidente della Regione siciliana non ha partecipato alle commemorazione. Il governatore, travolto dallo scandalo intercettazioni, non è andato neppure ad accogliere il Capo dello Stato. (Foto Twitter)
Borsellino, Manfredi: "Lucia ha portato la croce". E Mattarella lo abbraccia
L'anniversario tra le polemiche. Crocetta dà forfait alla cerimonia nel Palazzo di Giustizia di Palermo dove, a sorpresa, interviene il figlio del giudice
