Condannato per mafia e assolto, dopo cinque processi, perché il fatto non sussiste. In mezzo, due anni di galera e 16 di calvario giudiziario. Vincenzo De Moro viene arrestato nel 1998, quando ha 55 anni. Lo accusano di essere un affiliato della «cosca Albanese», che estende i suoi gangli fra Cittanova e Molochio, in provincia di Reggio Calabria, ed è in guerra coi rivali della famiglia Facchineri. Più esattamente, De Moro sarebbe il custode dell’arsenale della ’ndrina e molto vicino a uno dei suoi uomini di spicco. Vincenzo finisce in carcere, insieme ad altre nove persone, nel corso della cosiddetta «Operazione San Rocco». L’accusa è quella peggiore, quella che non lascia scampo e rende piuttosto agevole, per gli inquirenti, sbatterti in galera e buttare la chiave: associazione a delinquere di stampo mafioso. Una contestazione pesante che gli costa, infatti, anni di custodia cautelare: dal 4 novembre del 1998 al 25 ottobre del 2000. Quando viene processato, in primo grado i magistrati, nonostante la mancanza di seri indizi e l’assenza totale di prove, chiedono la sua condanna, ma i giudici lo assolvono. Sembra la fine di un incubo, ma la procura insiste e la Corte d’appello di Reggio Calabria questa volta accoglie le sue tesi, condannando Vincenzo a quattro anni di galera per associazione mafiosa. Condannato lui, condannata, ad anni di sofferenza, la sua famiglia. Di fronte alla Cassazione, però, il suo legale dimostra che le accuse non reggono, che non ci sono riscontri, che De Moro è vittima di un errore giudiziario. La Suprema Corte accoglie il ricorso ed evidenzia come la motivazione della sentenza di condanna difettava quanto a elementi in grado di far ritenere che Vincenzo De Moro fosse davvero affiliato alla cosca Albanese. La Cassazione, inoltre, cambia il reato da associazione mafiosa a favoreggiamento e rimanda a un nuovo processo. Ma il nuovo reato, così come modificato dagli Ermellini, è prescritto. Nemmeno stavolta, però, è davvero finita, perché Vincenzo non ci sta, sa di essere innocente e vuole essere assolto. Mentre il tempo passa, l’eterno imputato invecchia e la sua vita è ormai rovinata, la Suprema Corte, esprimendosi ancora, dopo 16 lunghi anni annulla la prescrizione e assolve, stavolta per sempre, un uomo innocente con la formula più chiara possibile: il fatto non sussiste. Un processo che non si sarebbe mai dovuto celebrare, un arresto che non sarebbe mai dovuto avvenire.
Condannato per mafia Dimostra la sua innocenza sedici anni dopo
Condannato per mafia e assolto, dopo cinque processi, perché il fatto non sussiste. In mezzo, due anni di galera e 16 di calvario giudiziario. Vincenzo De Moro viene arrestato nel 1998, quando ha 55...