Una sentenza abnorme, che fa di tutta un’erba un fascio e appiccica a chi da anni grida la sua innocenza, un’etichetta infame. Non ci sta Angelo Cenni, oggi in pensione ma che in quel luglio del 2001 era uno dei caposquadra del Settimo nucleo mobile comandato da Vincenzo Canterini; e non ci sta Gianluca Salvatori, alias “agente Drago”, appartenente allo stesso reparto e ora Segretario provinciale Consap di Roma. Non ci stanno anche perché gli uomini di quel nucleo, gli unici a pagare, entrarono nella scuola Diaz quando già la «macelleria messicana», come la definì il vice di Canterini, Michelangelo Fournier, era stata compiuta da altri agenti. «Non è giusto, noi siamo innocenti», dice al Tempo Cenni, «quando siamo entrati in quella scuola, tutto era già accaduto. Nessuno sa chi ha provocato le lesioni a quei ragazzi, ma anche se prescritto, io sono stato accusato per non averle impedite, nonostante una sentenza affermi che mi trovavo in tutt’altro posto». Cenni ricorda un particolare: «Uno dei nostri sovrintendenti si beccò le manganellate dei colleghi per aver protetto una ragazza, che poi lo raccontò al processo. E allora perché ora dovremmo passare per torturatori?». C’è poi, secondo Cenni, un altro aspetto da evidenziare: «Noi del Settimo nucleo siamo entrati nella Diaz perché ci è stato ordinato, e siamo stati gli unici a redigere delle relazioni di servizio. I nostri nomi sono saltati fuori proprio perché abbiamo fatto tutto secondo le regole, raccontando anche delle verità scomode. Nessuno di noi ha usato violenza contro quei ragazzi, chi lo ha fatto era già nella scuola, e nessuno li ha mai identificati». Ma l’allora caposquadra in fondo non è sorpreso: «In questi anni ci hanno massacrati, al di là degli atti processuali». Infine lo sfogo: «Se tornassi indietro non mi proporrei più volontario per andare al G8. E così dovrebbero fare tutti i poliziotti. È il solo modo per tutelare se stessi e la propria famiglia». Non nega di certo le violenze alla Diaz, Gianluca «Drago», ma si chiede: «Come si può parlare di tortura? Questa sentenza sarebbe comprensibile se fossimo in tempo di guerra, quando le torture si verificano sul serio. Ma come si può addebitare una cosa del genere alla polizia italiana? Noi non siamo dei torturatori. Anzi, penso che l’idea di introdurre in Italia questo tipo di reato sia assurda». Per Salvatori, infatti, alla Diaz «ci fu un’irruzione e poi degli scontri», e dunque, nonostante le violenze commesse da poliziotti mai identificati, «parlare di tortura costituisce una forzatura». Nessuno, insomma «ha violato l’articolo 3 della Convenzione dei diritti umani». Per l’«agente Drago», Strasburgo «commette anche un errore», perché, dice, una sentenza del genere sarebbe stata più logica per quanto accaduto nella caserma di Bolzaneto: «Lì fu esercitata violenza su manifestanti già fermati, non si trattò di un’irruzione e di scontri. Ma neanche in questo caso sarebbe giusto parlare di tortura». Salvatori ricorda anche che «Canterini propose di usare i lacrimogeni e non fare irruzione», e rammenta, anche lui, che quando entrarono, «le violenze c’erano già state, commesse da chi in quella scuola non doveva nemmeno esserci, perché nessuno, ufficialmente, glielo aveva ordinato». Poi si rivolge alla Corte di Strasburgo: «Perché non dice che fummo accolti dal lancio di bottiglie e sassi? Perché non si chiede come mai in Italia nessun manifestante violento finisce in galera?». Quanto, infine, all’accusa di non aver collaborato con la magistratura, Salvatori respinge l’accusa: «Basta rileggersi gli atti del processo per capire che non è così. Strasburgo non ha fatto un buon lavoro».
"Siamo gli unici a pagare anche se siamo innocenti"
La testimonianza di due agenti che parteciparono all'irruzione
