Attualità

Un suicidio in volo: "Co-pilota depresso"

Esclusi il malore e la pista terroristica. Resta solo la possibilità del gesto estremo  LEGGI ANCHE Sotto scorta i genitori del comandante, Il giallo dell'esperta del Pentagono a bordo dell'Airbus

La soluzione del mistero dell’Airbus 320 della Germanwings è composta da tre parole: Andreas Guenther Lubitz. È il nome del co-pilota tedesco di 28 anni che, barricato nella cabina di guida o «cockpit», ha deliberatamente azionato i comandi per scendere di quota mille metri al minuto fino al tragico e immane schianto contro il massiccio dell’Estrop, nelle prealpi dell’Alta Provenza. Ma perché lo ha fatto? Possiamo, per il momento, solo escludere alcune ipotesi: non era un terrorista, anche se qualche imbecille sui social lo ha definito «eroe dello Stato islamico»; non è stato colto da malore, perché il suo respiro è stato regolare sino alla fine; non è stato costretto a farlo, perché era da solo nel cockpit. E allora? Di certo qualcosa nella mente di Andreas deve aver girato storto martedì mattina. Neanche la pista del suicidio, sebbene sia l’unica a rigor di logica, è del tutto convincente: «Di solito uno si suicida da solo, non posso pensare che lo faccia con 150 persone a bordo», ha detto il procuratore di Marsiglia Brice Robin. Un elemento a favore dell’estremo gesto è la notizia che Lubitz aveva sospeso l’addestramento aeronautico «per depressione». A rivelarlo è la madre di una compagna di scuola di Andreas. «Aveva avuto una fasde di esaurimento da stress, di depressione», ha raccontato la donna al quotidiano tedesco. Lo stop addestrativo era stato confermato dall’ad di Lufthansa, Carsten Spohr, il quale, tuttavia, aveva assicurato che il co-pilota aveva superato «tutti i test fisici e psicologici». La ricostruzione degli ultimi 40 minuti del volo della morte è stata effettuata grazie a una delle due «scatole nere» recuperate sul posto. Per i primi 20 minuti il comandante Patrick S. (originario di Dusseldorf e padre di due figlie) e il co-pilota hanno degli scambi verbali «normali» e «cordiali», osserva Robin. Poi il comandante prepara il briefing per l’atterraggio a Duesseldorf e «la risposta del co-pilota sembra laconica». A quel punto si sente il comandante chiedere al co-pilota di prendere i comandi e il rumore di un sedile e di una porta che si chiude. Presumibilmente, il comandante si è assentato dalla cabina per «soddisfare un bisogno fisiologico», ha detto il procuratore francese. Il co-pilota «in quel momento è solo e manipola i comandi per azionare la discesa dell'apparecchio. L'azione - sottolinea Robin - non può essere stata che volontaria». Nelle registrazioni «si sentono più appelli del comandante per poter rientrare in cabina», ma non è mai arrivata una «risposta da parte del co-pilota», ha proseguito il magistrato. Poi «si sentono colpi violenti» per forzare la porta, «che però è blindata». Patrick S. potrebbe anche aver tentato di aprirla a spallate, senza però riuscirvi. Nessuna risposta anche agli appelli del controllore aereo della torre di controllo di Marsiglia, che per vari minuti ha tentato di entrare in contatto con il copilota ai comandi, di cui si sente «il respiro fino all’impatto, quindi era vivo». Non solo. Il respiro, spiega Robin, era regolare e, quindi, si può escludere il malore. Ma allora che è successo? La risposta è rimasta nella mente di Lubitz.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.