Tre «importanti esponenti della sinistra» portarono i soldi delle tangenti di Telekom Serbia in Svizzera. E lui ora minaccia di rivelare i loro nomi e far rintracciare i depositi. «Se dovesse succedere qualcosa a me o ai miei familiari, verrebbero consegnati e pubblicati i numeri dei conti correnti svizzeri sui quali sono state depositate le somme delle tangenti dell’affare Telekom Serbia», avverte l’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena da Dubai, dove è latitante dall'estate del 2013 dopo una condanna definitiva a tre anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Matacena spiega che il denaro delle maxi-mazzette fu portato con «un aereo privato dalla Serbia in Svizzera». E prosegue: «Un broker che conosco mise i soldi su tre conti correnti di tre importanti esponenti della sinistra italiana e mi consegnò quei numeri, che non sono l’unico a sapere». L’ex deputato forzista, poi, se la prende con il deputato del Pd Davive Mattiello, che fa parte della Commissione Antimafia e chiede da tempo che il latitante venga fatto rintrare nel nostro PAese. «Non so per chi fa il ventriloquo il collega deputato del Pd Davide Mattiello - sottolinea Matacena - Io credo, però, che loro sappiano che se dovesse accadere qualcosa alla mia incolumità o a quella dei miei familiari, verrebbero subito resi noti questi conti correnti», ribadisce. Recentemente, l’Italia si è adoperata per siglare un trattato di cooperazione giudiziaria con le autorità degli Emirati che, quando concluso, porterà all’estradizione dell’uomo. «Io sono qui - dice lui - anche se certo non faccio il tifo per loro». Dimagrito («Ho perso 16 chili in un anno e mezzo»), l’ex parlamentare di Fi non è tenero neppure con il centrodestra, da cui è stato candidato alla Camera nel 1994 e nel 1996. «A Palermo - ricorda - testimoniai per due volte a favore di Marcello dell'Utri, la seconda anche se non ero stato ricandidato. A Caltanissetta, citato come teste da Berlusconi, testimoniai contro l’ex magistrato Caselli. Ma Fi mi ha usato come uno straccio vecchio. Sono stato sacrificato per dare in pasto alla stampa la notizia che il partito faceva pulizia nelle liste». Di qui, spiega, la mancata ricandidatura nel 2001. «L'unica persona che considero essere un uomo è Claudio Scajola - prosegue - furono lui e Berlusconi a decidere di non ricandidarmi nel 2001. Lo rividi anni dopo e fui freddo. Lui se ne accorse e mi disse che riteneva di avermi fatto un torto nel non ricandidarmi. Poiché oggi nessuno dice "ho sbagliato", se già qualcuno ammette una colpa per me merita stima». Quanto all’accusa che Scajola e la moglie, Chiara Rizzo, abbiano favorito la sua latitanza, tentando di farlo fuggire in Libano (sul caso è in corso un processo a Reggio Calabria), l’ex azzurro osserva: «Il fatto non esiste. In Libano ammazzano le persone per 500 dollari e c'è un accordo di estradizione con l'Italia che negli Emirati Arabi non c'è. Perché avrei dovuto tentare di andare in Libano?». Matacena non pensa certo a rientrare in Italia per scontare la pena: «Subisco un torto e non intendo certo farmelo diventare violenza». La sua speranza è quella di riunire prima o poi la famiglia. «Se l'Italia non riesce a far scontare una condanna entro il doppio degli anni della pena - spiega - quella condanna decade. Io sono qui da un anno ed essendo stato condannato a tre anni, devo rimanerne a Dubai altri 5». Infine, ipotizza di presentare una richiesta di grazia al capo dello Stato, «ma prima aspetto che altre cose arrivino a soluzione». Il riferimento è a un ricorso che i suoi avvocati stanno depositando per chiedere la revisione della sentenza e un altro alla Corte Europea di Strasburgo.
Matacena, Telekom Serbia e i conti segreti
L’ex di Fi minaccia: "Rivelerò dove sono state depositate le tangenti. Nel caso sono implicati tre esponenti della sinistra" LEGGI ANCHE "Al summit della ’Ndrangheta l’ex deputato e Di Stefano"
