I contratti d’affitto dei «Palazzi Marini», nel centro storico di Roma, sono stati disdetti pochi giorni fa. Per una quindicina di anni gli edifici, di proprietà del costruttore Sergio Scarpellini, hanno ospitato gli uffici degli onorevoli. Un conto salato per il Parlamento: 400 milioni di euro. Era più economico acquistarli. Infatti ogni anno sono costati soltanto alla Camera 32,5 milioni di euro (23.173.948 di affitti e 9.326.000 per i servizi aggiuntivi). I contratti sono stati sottoscritti da Montecitorio nel 1998 (per l’edificio in via Poli), 1999 (piazza S. Silvestro) e 2000 (via della Mercede) e sarebbero scaduti, rispettivamente, il 31 ottobre 2016, il 13 giugno 2017 e il 17 febbraio 2018. Sono stati accordi «particolari», firmati con la Milano 90 srl, la società di Scarpellini, senza un bando di gara, senza la facoltà di recesso e senza mai esercitare l’opzione di acquisto da parte della Camera. Poi il 13 dicembre del 2013 l’aula di Montecitorio ha approvato, a sorpresa, l’emendamento proposto da un deputato del MoVimento 5 Stelle, Riccardo Fraccaro. Il testo prevedeva che «anche ai fini della realizzazione degli obiettivi di contenimento della spesa...le regioni e gli enti locali, nonché gli organi costituzionali nell’ambito della propria autonomia, hanno facoltà di recedere, entro il 31 dicembre 2014, dai contratti di locazione di immobili in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Il termine di preavviso per l’esercizio del diritto di recesso è stabilito in trenta giorni, anche in deroga ad eventuali clausole difformi previste dal contratto». Dopo alcune esitazioni, l’ufficio di presidenza della Camera ha usato la norma e cancellato i contratti prima della loro scadenza. Eppure uno di quei palazzi, il «Marini 3», potrebbe presto tornare stabilmente nelle mani dei deputati. Alcuni mesi fa, infatti, la Camera ha scritto all’Agenzia del Demanio, chiedendo di avere la disponibilità di alcuni edifici nel centro storico di Roma per trasferire gli uffici dei parlamentari. L’Agenzia ha assicurato una ricognizione ma ancora non sarebbe arrivata nessuna risposta ai deputati questori. Nel frattempo sono cominciate le manifestazioni dei lavoratori della società Milano 90. Quest’ultima, appena il Parlamento ha disdetto i contratti, ha chiarito che non avrebbe mantenuto il posto agli addetti che hanno lavorato in quegli edifici. Non pochi, visto che gli «sfrattati» sono stati ben 405 parlamentari. Sembrava che non ci fosse niente da fare. I questori non avevano usato mezzi termini e in una lettera ai deputati avevano specificato: «L’introduzione delle nuove tecnologie ha modificato le modalità con le quali i deputati svolgono l’attività parlamentare, facendo sì che non sia più necessaria, come ritenuto in passato, l’attribuzione di un ufficio a ciascun singolo deputato». Nelle scorse settimane sono state arredate delle stanze (ognuna per tre-quattro onorevoli) nel complesso di vicolo Valdina, già di proprietà di Montecitorio. Ma gli spazi non bastano. Ecco, dunque, l’ultima idea: affittare di nuovo Palazzo Marini 3, a un prezzo minore, ovviamente. Per ora, è stata prolungata l’occupazione fino al 28 febbraio al prezzo di 752 mila euro, compresa mensa e vigilanza. «Quanto al costo stimato per ogni pasto erogato presso la mensa di palazzo Marini - precisano da Montecitorio - esso non sarà superiore a 17,50 euro. La soluzione prescelta, infatti, comporta un onere per la Camera inferiore della metà rispetto a quanto inizialmente prospettato dalla società Milano 90 (228 mila euro rispetto a 510 mila richiesti). Peraltro parte del costo dei pasti sarà, come di consueto, a carico dei fruitori». Gli altri due palazzi, invece, i Marini 2 e 4 (in tutto 22 mila metri quadrati), sono stati riconsegnati due giorni fa. Il Palazzo Marini 1 era stato lasciato nel 2012. L’accordo di «temporanea occupazione» e di «temporanea erogazione di servizi» di Palazzo Marini 3 potrebbe proseguire, invece, anche dopo il 28 febbraio. «L’eventuale stipula del nuovo contratto di locazione e servizi - hanno chiarito i questori - oltre a rendere possibile l’assegnazione di un ufficio ai deputati che ne sono allo stato sprovvisti e la disponibilità della mensa ubicata in tale palazzo, consentirà anche la prosecuzione di almeno una parte dei rapporti lavorativi in essere dei dipendenti della Milano 90». Ma non potrebbero essere i parlamentari a pagare direttamente il loro ufficio, visto che tra indennità e rimborsi a forfait si mettono in tasca 12 mila euro netti al mese?
Uffici deputati, spunta un nuovo contratto
Dopo la disdetta, la Camera riprende in affitto uno dei vecchi palazzi Costerà 750 mila euro per due mesi. Ma i lavoratori rischiano ancora il posto
