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«Il nostro scopo era creare forze di sicurezza afghane Ora controllano il territorio»

dall'inviato HERAT «Guardi, è una copia autentica del documento conservato nell’Archivio di Stato». Il generale Maurizio Angelo Scardino estrae con cura e orgoglio il foglio dalla vetrinetta. Basta...

HERAT «Guardi, è una copia autentica del documento conservato nell’Archivio di Stato». Il generale Maurizio Angelo Scardino estrae con cura e orgoglio il foglio dalla vetrinetta. Basta uno sguardo per capire di che si tratta. La scritta «Obbedisco» e la firma «G. Garibaldi». Per il comandante della brigata bersaglieri che porta il nome dell’eroe dei due mondi quel foglio è molto di più di un documento storico. «Obbedisco» è il motto della brigata. Ed è «obbedendo» che Scardino è arrivato ad agosto a Herat. In un momento delicato visto che, dopo 13 anni, la coalizione aveva sancito la chiusura della missione Isaf, ma il futuro non era ancora definito. «Non è stato semplice pianificare esattamente ciò che serviva per l’avvio della missione Resolute Support – ci racconta seduto su una poltrona del suo ufficio che funge anche da centro di comando della coalizione multinazionale che opera nell’Ovest dell’Afghanistan – È stato un lavoro faticoso». Dopo 13 anni che Afghanistan lasciate in eredità? «Le risponderò con alcuni numeri. Quando arrivammo qui nel 2001 solo l’8% della popolazione afghana godeva dei servizi sanitari di base. Oggi, dopo l’intervento delle forze Nato, siamo saliti all’85%. Nel 2001 gli studenti erano solo un milione, oggi sono 9 milioni. Tredici anni fa le donne non potevano andare a scuola, oggi il 37,5% può farlo. E le assicuro che è uno spettacolo vederle camminare per le strade di Herat con il velo bianco e le loro uniformi tutte uguali». Ora, però, voi ve ne andate. Siete sicuri che tutto questo «sopravviverà»? «La Nato non si è limitata a intervenire nel settore scolastico e in quello sociale. Grazie alla nostra consulenza abbiamo aiutato lo sviluppo dell’agricoltura, del commercio, dell’industria. Questo per dire che oggi qui esiste una società sviluppata che ha voglia di crescere, non ha alcuna intenzione di accontentarsi. Sono sicuro che l’Afghanistan vuole andare avanti e non certo tornare indietro». E il problema della sicurezza? Non c’è il rischio che, dopo la vostra partenza, torni la violenza? «L’obiettivo della missione Isaf era quello di creare forze di sicurezza afghane, addestrarle e metterle in condizione di operare. Se oggi Isaf chiude e inizia Resolute Support è proprio perché queste forze di sicurezza ci sono e hanno assunto il controllo del territorio. Tenga presente che già da marzo 2014 la coalizione ha abbandonato l’attività di combattimento». Quindi a cosa serve la nuova missione iniziata ufficialmente ieri? «Le forze di sicurezza create in questi 13 anni hanno bisogno, ora, di un ‘sostegno risoluto’ (‘Resolute support’ ndr). Di un aiuto che renda possibile la loro autosufficienza. La rete sul territorio c’è, ora i nostri advisor stanno analizzando le carenze dal punto di vista funzionale, di sistema. Per far sì che vengano compensate e si possa migliorare ancora». V oi avete insegnato e continuate a insegnare agli afghani. Ma l’Afghanistan cosa vi ha insegnato? «La missione Isaf è stata una palestra incredibile per tutta la coalizione. Sia per la sua durata, sia per le condizioni in cui abbiamo operato. L’Afghanistan è un teatro complesso, con grandi limitazioni logistiche. Nel tempo gli uomini hanno accresciuto le loro capacità e abbiamo potuto sperimentare e migliorare anche le caratteristiche di mezzi e strumenti tecnologici. Oggi molte delle cose che i militari della Nato fanno nel mondo sono il frutto dell’esperienza maturata qui». Che militari sono gli afghani? «Mi colpiscono i loro capi, il carisma che hanno. In Afghanistan molti di quelli che volontariamente scelgono di entrare nelle forze di sicurezza, hanno una scolarizzazione molto bassa. E quindi è il leader carismatico a fare la differenza e a spingerli a migliorarsi. Tra l’altro il confrontarsi con soldati che, in molti casi, non possiedono nemmeno le cognizioni di base, ha migliorato molto anche i nostri istruttori. Che hanno dovuto raccogliere e affrontare questa sfida». Tra l’altro sembra esserci un vero rapporto di amicizia tra afghani e italiani. «Il comandante Jahed, che guida il 207° Corpo d’Armata che opera nell’ovest del Paese è uno di questi uomini carismatici. Un vecchio combattente, un vero mujaheddin che ha combattuto al fianco di Massoud. È un uomo che guida i suoi uomini, 13 mila, conoscendoli. Proprio come noi bersaglieri. Anche per queste caratteristiche similari, forse, è stato possibile costruire un rapporto di amicizia molto profondo». Cosa ne sarà della base di Herat? «Stiamo portando avanti l’attività di ‘descoping’. La base è stata svuotata dei sistemi non più utili alla missione RS. Nei prossimi mesi la parte abitativa verrà consegnata alle forze di sicurezza afghane. Quella dell’aeroporto all’Autorità aeroportuale. E anche qui stiamo facendo un lavoro di formazione». Perché? «La base ha sistemi di potabilizzazione dell’acqua, di depurazione di quella di scarto, per la fornitura dell’energia elettrica. Sistemi all’avanguardia e stiamo addestrando gli afghani ad utilizzarli». A conclusione di un’esperienza c’è sempre un rimpianto, qualcosa che forse poteva essere fatto meglio. Il vostro qual è? «Mi capita spesso, a fine giornata, di trovarmi con i miei uomini a parlare di questo. Io credo che la vera autogratificazione non sia quella di poter dire che tutto è stato perfetto. Che non ci sono stati errori. Piuttosto quella di dimostrare a se stessi di aver fatto il massimo. Noi, in Afghanistan, abbiamo fatto il massimo. Grazie al lavoro di tanti militari italiani che, in alcuni casi, hanno dato la loro vita».

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