Eccola, la mafia romana. «Originale e originaria», come la descrive il procuratore capo della Capitale Giuseppe Pignatone (nella foto). Perfettamente autoctona, ramificata nel tessuto economico, violenta e ingorda di appalti, con i suoi funzionari pubblici a libro paga e i suoi agganci politici trasversali, dal Campidoglio alla Regione Lazio. Eccola, squadernata da un'inchiesta durata due anni che ieri mattina è esplosa in una raffica di perquisizioni, sequestri patrimoniali per 200 milioni di euro, arresti in carcere e ai domiciliari (37) e avvisi di garanzia che trascinano nomi eccellenti della politica romana dentro l'accusa più infamante: 416 bis, associazione di tipo mafioso. In cima alla cupola il nome di Massimo Carminati. La realtà che surclassa la fiction, il ritorno in grande stile del "Nero" di Romanzo Criminale, ex Nar strettamente legato alla Banda della Magliana, che l'inchiesta condotta dai carabinieri del Ros disegna come il capo dell'organizzazione criminale. Un'organizzazione diversa dal modello Cosa Nostra, non fondata su uno stretto controllo del territorio e senza migliaia di affiliati, ma pienamente «mafiosa» nella struttura gerarchica, nei metodi intimidatori, nell'apparato complesso in grado di gestire ramificati interessi illeciti. Braccio economico principale di Carminati, secondo i pm, sarebbe stato Salvatore Buzzi, già condannato per omicidio negli Anni Ottanta, che in carcere ha fondato la cooperativa di ex detenuti «29 Giugno». È lui che, sotto la regia del "Nero", per i pm avrebbe gestito gli affari dell'associazione tessendo i rapporti con gli amministratori pubblici e facendo incetta di appalti: dalla raccolta differenziata e lo smaltimento rifiuti per conto dell'Ama alla manutenzione del verde pubblico (ottenuta dal consorzio "Eriches 29" anch'esso facenti capo a Buzzi), dai lavori connessi all'emergenza maltempo a quelli sulle piste ciclabili. Passando per uno dei business più redditizi: quello della gestione dei campi nomadi e delle strutture di accoglienza dei profughi e dei rifugiati. Buzzi - sempre secondo i magistrati - si sarebbe relazionato in particolare con Luca Odevaine, ex capo di gabinetto di Veltroni che nella sua qualità di appartenente al Tavolo di Coordinamento Nazionale sull'accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale avrebbe favorito le imprese riconducibili all'associazione mafiosa in cambio di un vero e proprio stipendio mensile da 5.000 euro al mese. Altri appalti sarebbero arrivati grazie a un «ramificato sistema corruttivo» con in cima l'ex sindaco Gianni Alemanno, indagato e perquisito a casa per corruzione aggravata e associazione mafiosa. Tra gli indagati anche l'ex capo della sua segreteria Antonio Lucarelli, e l'allora consigliere comunale (oggi consigliere regionale di Forza Italia) Luca Gramazio. Mentre Riccardo Mancini, l'ex ad di Ente Eur, sempre per associazione mafiosa è finito in carcere. A libro paga di Carminati ci sarebbe stato anche Franco Panzironi, ex ad dell'Ama, che si sarebbe mosso per pilotare appalti e sbloccare pagamenti comunali sfruttando il rapporto strettissimo con Alemanno, in cambio di tangenti destinate dalla Fondazione Nuova Italia creata dall'ex sindaco. Ma la "mafia capitale" avrebbe intessuto rapporti anche con il presidente dell'attuale Assemblea Capitolina, il Pd Mirko Coratti, e con il consigliere regionale del Lazio Eugenio Patanè, anche lui del Partito Democratico. Entrambi sono finiti sotto inchiesta per il bando di gara Ama del 2013 sulla raccolta differenziata. Per corrompere i politici e funzionari con scrupolo bipartisan la mafia romana creava fondi neri e raccoglieva risorse grazie al suo braccio armato criminale, affidato da Carminati al fedelissimo Riccardo Brugia cui competevano le intimidazioni nei confronti degli imprenditori reticenti a sottomettersi. Senza trascurare, sempre secondo la dda capitolina, di stringere rapporti con le tradizionali organizzazioni criminali operanti a Roma: dal clan camorrista che fa capo a Michele Senese al clan Casamonica, dalle propaggini ostiensi del clan catanese di Santapaola a un altro ex della Banda della Magliana, Ernesto Diotallevi. La mafia capitale come un "mondo di mezzo", secondo l’intercalare intercettato di Carminati che conia per la sua creatura: cerniera tra il mondo di sopra, quello delle istituzioni, e il mondo di mezzo, quello dell'illegalità. Capace di mettersi al servizio del primo usando il secondo, nel nome del proprio supremo interesse.
Mafia de’ noantri. Così la procura ha ricostruito la Cupola romana
«I vivi sopra, i morti sotto. Noi stiamo in mezzo». I VERBALI: «Noi semo i 4 uomini di piombo. Nun sgarrà, che vengo a casa e t’ammazzo». I soldi Carminati li «dava in contanti in valigie». Sugli
