Attualità

Con l’Unitalsi dalla parte di chi soffre

Non solo assistenza ai disabili: dal Progetto Bambini alle case per genitori di piccoli ricoverati

LOURDES Cosa spinge migliaia di volontari a spendere tempo, fatica e denaro per accompagnare i malati in pellegrinaggio? In altre parole, chi glielo fa fare? Andare a Lourdes con i volontari dell’Unitalsi aiuta a capirlo, non solo attraverso le testimonianze ma anche perché si respira un clima di gioia più eloquente di tante parole. «Ce lo fa fare il fatto che partiamo col desiderio di aiutare gli altri e poi sono i malati che aiutano noi» racconta Alessandro Pinna, presidente della sottosezione di Roma dell’Unitalsi, che la scorsa settimana ha svolto l’annuale pellegrinaggio con circa 10.000 persone da tutta Italia nella città delle apparizioni di Maria a S. Bernadette. «Ogni volta - dice Pinna - ti rendi conto che ci sono persone che stanno veramente male però quando andiamo alla grotta non pregano per loro ma per quanti si sono affidati alle loro preghiere. Mi stupisce». Sono oltre 3.000 i volontari dell’Unitalsi a Roma e non si occupano solo di pellegrinaggi. Aiutano i disabili e le loro famiglie in situazioni quotidiane, ordinarie. Per esempio, offrono un sostegno concreto ai genitori fuori sede dei bambini ricoverati. «Nel 2003 - racconta Emanuele Trancalini - per il centenario dell’Unitalsi, il presidente ci portò sotto l’ospedale Bambino Gesù a vedere tante macchine con i vetri oscurati da cartoni e giornali. Erano padri e madri che avevano perso il lavoro o si erano venduti casa per stare vicini ai figli ricoverati e dormivano in auto. Ci siamo chiesti cosa potevamo fare e abbiamo cominciato a studiare la possibilità di aprire una casa famiglia. Ora ne esistono tre a Roma, due a Genova, dove stiamo per aprirne un’altra, una a Bari, S. Giovanni Rotondo e Padova». Trancalini è anche coordinatore nazionale del «progetto bambini»: «Ti toglie la vita - dice ridendo - in termini di tempo ma te la restituisce con gli interessi perché ti fa capire quali sono i veri valori. Ogni giorno siamo a contatto con famiglie che vivono emergenze, solitudine, sofferenze. Riuscire ogni tanto a non farle sentire sole è un’esperienza unica». Mentre parla, decine di bambini, disabili e non, lanciano in aria i palloncini ai quali hanno legato i biglietti con le loro semplici preghiere. Perché il pellegrinaggio è un po’ anche una vacanza, per i ragazzi e per i loro familiari. Un’esperienza che si ripete da anni con il progetto dei «Bambini di pace» poi diventato «Bambini in missione di pace» che li ha portati in varie capitali europee e perfino in Terra Santa. «Molte famiglie con figli disabili non escono nemmeno di casa - continua Trancalini - non si tratta di barriere archiettoniche ma di barriere del cuore. Noi proviamo a "tirarle fuori" e a dimostrare che possono vivere una vita normale, pur con i limiti delle loro situazioni». Ma il pellegrinaggio ha anche un aspetto «istituzionale». Il presidente nazionale dell’Unitalsi, Salvatore Pagliuca, nel suo discorso alla fine della suggestiva processione con le fiaccole, ha parlato di una «forza spiritualmente eversiva» da cui ripartire: «La crisi - spiega - crea opportunità di cambiamenti seri, serve quella rivoluzione della carità di cui la società ha bisogno». La situazione del welfare in Italia, però, non è brillante: «I dati sono chiari - ammette Pagliuca - da un miliardo stanziato per le persone in difficoltà si è passati a 250 milioni. In una società stremata le fasce di malati, disabili, anziani soli lo sono ancora di più. Però noi ci chiediamo prima di tutto cosa possiamo fare noi». E le iniziative non mancano: dalla collaborazione con il Banco farmaceutico alla prossima inaugurazione (il 18) di un poliambulatorio gratuito a Catania, dal progetto Caf, in tutte le città dove è presente l’Unitalsi, al progetto «Dopo di noi» che prevede case famiglia per disabili. «E poi tutto quello che ci suggerisce la fantasia della carità - conclude Pagliuca - Ci accusano di strumentalizzazione? Non ce ne frega niente. Se si creano sinergie, ben vengano, altrimenti noi lo facciamo lo stesso».

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