Compie un esercizio sbagliato nell’ora di ginnastica e rimane completamente paralizzata. Ora, a distanza di 26 anni, la professoressa di educazione fisica rischia di dover risarcire 4 milioni di euro per non aver vigilato durante la lezione. L’episodio risale al 22 settembre del 1988. Per la docente Aurora Cardamone è il primo giorno di insegnamento nel liceo scientifico romano Augusto Righi, in via Campania, zona piazza Fiume. Porta gli alunni della classe V sezione D nella palestra dell’istituto. Sistema una pedana e un materassino sul pavimento e spiega ai ragazzi come eseguire l’esercizio. Quando arriva il suo turno, Serena (nome di fantasia ndr) si mette in posizione, fa una specie di capriola e batte violentemente la testa per terra. Non riesce più a rialzarsi, né a muoversi. A 18 anni è finita su una sedia a rotelle ed è rimasta tetraplegica. Secondo alcune testimonianze raccolte tra i compagni di classe, la professoressa Cardamone non era presente in quel momento, perché si era allontanata o comunque era distratta. La causa civile che la famiglia di Serena ha fatto al ministero dell’Istruzione, per ottenere un risarcimento, si è protratta per anni. Con una prima provvisionale era stato riconosciuto un miliardo di lire. Alla fine, la Cassazione ha stabilito che c’è stato un concorso di responsabilità della ragazza nell’eseguire l’esercizio e ha condannato l’amministrazione a pagare il 60% del danno. Per la quantificazione, la Suprema Corte ha rinviato gli atti alla Corte d’appello di Roma, che ha fissato la cifra in 4 milioni di euro, compresi gli interessi e la rivalutazione monetaria. Ieri il pm della Corte dei conti Pio Silvestri ha chiesto ai giudici della sezione giurisdizionale del Lazio di condannare per colpa grave la docente (che oggi ha 68 anni ed è in pensione) a risarcire l’intera somma pagata dal Ministero. Un caso per certi versi simile ha portato la Procura contabile a citare in giudizio due anestesisti, Stefano Brauneis e Maurizio Marandola, ritenuti responsabili di una manovra errata eseguita nel 1994 durante un parto cesareo al Policlinico Umberto I. Il feto ha subito una lesione cerebrale e oggi Davide, a 20 anni, si trova in stato neurovegetativo, affetto da encefalopatia ipossica-ischemica. I medici sono stati condannati in sede penale per lesioni colpose. Nella sentenza viene spiegato che il danno al neonato è riconducibile alla fase dell’anestesia epidurale. Il catetere non sarebbe stato centrato nella zona midollare esatta della madre, alla quale poi sarebbe stato somministrato un farmaco non adatto. In secondo grado il reato è stato prescritto. Resta il fatto che, in sede civile, il Tribunale di Roma ha condannato in solido l’Università La Sapienza, il professor Brauneis e l’allora specializzando Marandola a risarcire alla signora Nadia Chiappa circa 2 milioni e mezzo di euro (compresi interessi e rivalutazione). Considerato che le compagnie assicurative non hanno saldato l’intero importo a carico del Policlinico, ora i medici rischiano di essere condannati dalla Corte dei conti a risarcire il danno, pari a 534.322 euro, che l’ospedale ha dovuto anticipare. «È da chiarire cosa è successo nei 35 minuti intercorsi tra la somministrazione dell’anestesia epidurale e il taglio cesareo - ha fatto notare ai giudici contabili l’avvocato Nicola Ottaviani, legale del dottor Marandola - Il compito degli anestesisti era già finito, spettava ai chirurghi intervenire tempestivamente. Senza contare che il mio assistito, all’epoca specializzando al terzo anno, aveva eseguito la manovra attenendosi alle indicazioni impartite dal titolare di cattedra». «Questo unico episodio ha condizionato tutta la vita del dottor Braunesi - ha spiegato ieri in aula il suo difensore, l’avvocato Maria Nangano - Oltre al giudizio penale, civile e adesso contabile, ha dovuto sostenere la separazione dalla moglie».
«Insegnante risarcisca 4 milioni al Ministero» Una ragazza è tetraplegica per una caduta
E l’Umberto I chiede 500mila euro al medico
