A Ciampino c’erano tutti. «Dal commissario al sagrestano», per dirla con le parole di una celebre canzone di Fabrizio De Andrè. E anche nei giorni a seguire. Un via vai continuo di uomini delle istituzioni per onorare quelle bare avvolte nel tricolore. Poi, come troppo spesso accade, le visite hanno cominciato a diventare più rade. I telefoni a squillare a vuoto. E i «non si preoccupi signora, per qualsiasi cosa ci chiami», hanno lasciato il posto ai «mi dispiace, non possiamo aiutarla». Esattamente una settimana fa abbiamo raccontato su queste pagine l’incredibile storia dei famigliari dei nostri militari caduti in Afghanistan. Verrebbe da dire, cedendo ad una certa retorica, una «tipica storia italiana». La legge, infatti, tutela le vittime del terrorismo internazionale dando loro la possibilità di beneficiare dell’esenzione dal pagamento del ticket sanitario. La legge, però, dice anche che il «beneficio» vale per «coniuge e figli o, in mancanza dei predetti, per i genitori». Dalla norma sono quindi esclusi i fratelli che, pur avendo pagato lo stesso prezzo di dolore e lacrime, non sono «degni» di ricevere l’esenzione. C’è però una postilla: le Regioni possono, con propria legge, estendere il beneficio. E qui nasce il problema. Perché le Regioni sono 20 e ognuna con la propria autonomia. Così è iniziata una vera e propria lotteria: a te sì, a te no. Vivi in Toscana? Eccoti l’estensione. Vivi nel Lazio? Ci dispiace abbiamo il deficit sanitario da riparare. Ma in questo gioco al massacro sulla pelle delle famiglie dei nostri eroi non c’è limite al peggio. Il caporal maggiore Alessandro Di Lisio, parà della Folgore, è morto in Afghanistan il 14 luglio 2009 a soli 25 anni. Alessandro ha due sorelle. Una vive a Firenze, l’altra a Campobasso. La prima, nonostante sia stata sconsigliata a farlo dagli Affari Generali dello Stato Maggiore dell’Esercito, ha inviato la richiesta alla Asl della sua città. Che le ha concesso l’estensione. Sua sorella che vive in Molise, forte del precedente famigliare, ha fatto la stessa cosa. E due giorni fa è arrivata la risposta: niente da fare, a lei non spetta, serve una legge Regionale. La mamma Dora è incredula: «Ma le pare possibile? Tra l’altro la Asl di Campobasso ha chiamato quella di Firenze. Proprio per questo credevo che non ci sarebbero stati problemi. Invece c’hanno sbattuto l’ennesima porta in faccia». La rabbia è tanta. «Ci sono caduti di Serie A, e sono quelli che hanno tutto, compreso una medaglia d’oro - prosegue Dora - e quelli di Serie B, che finiscono nel dimenticatoio come i nostri figli. Eppure "senza la truppa non si fa nessun generale". Lo diceva sempre qualcuno che ora non c’è più». Davanti a fatti del genere è difficile non farsi prendere dallo sconforto. «Mia figlia Valentina - continua - è laureata in Scienze Politiche e ha una laurea specialistica in Scienze internazionali. Ha fatto tutto in 4 anni. Ma ora sta pensando seriamente di lasciare l’Italia. Il lavoro è difficile da trovare e risposte come questa ti buttano ancora più giù. Personalmente le ho detto "no, non te ne andare", non voglio perdere un’altra figlia. Ma come si fa? Le hanno già portato via un fratello, ora le stanno portando via anche il resto». La memoria corre veloce a quel 14 luglio: «Il 14, il 15, il 16, il 17 erano tutti in prima fila. Anche quelli della Regione Molise. "Per qualsiasi cosa siamo a disposizione", ripetevano. Si sono presi tutto il loro momento di "gloria". E adesso, dopo 5 anni, cosa è restato? Si sono dimenticati tutto?» Quello di essere stati abbandonati, dimenticati, è il sentimento più comune tra i famigliari di chi è caduto in Afghanistan. Sempre una settimana fa avevamo raccontato la storia di Anna Rita Lo Mastro madre del parà David Tobini morto Afghanistan il 25 luglio 2011. Lei aveva chiesto l’estensione alla Regione Lazio che le aveva cordialmente risposto: non possiamo, siamo in «deficit». Qualcosa, però, si è mosso. «Sono in attesa di una risposta dalla Regione - racconta - so che c’è chi mi sostiene. E mi auguro che, visto l’ennesimo scandalo sui vitalizi di cui ho sentito parlare sere fa in televisione, la risposta non sia negativa. Mi auguro che in Regione si ricordino che nei giorni del dolore erano tra le istituzioni presenti a casa mia. E io, in quei giorni, non avevo esteso alcun invito». Non solo, Anna Rita è stata contattata anche da Palazzo Chigi: «Nei prossimi giorni dovrei incontrare una persona che dovrebbe fare da tramite tra me e il premier. Ma questo non mi distoglie dal mio obiettivo: io voglio incontrare Matteo Renzi».
Sul ticket ai parenti degli eroi lo Stato non prova vergogna
Nicola Imbertin.imberti@iltempo.it A Ciampino c’erano tutti. «Dal commissario al sagrestano», per dirla con le parole di una celebre canzone di Fabrizio De Andrè. E anche nei giorni a seguire. Un...
