Attualità

La fine di Toni e De Palo non è più un segreto

Da ieri tolto il veto di Stato sulla vicenda dei due giornalisti scomparsi nell’80 in Libano

È scaduto ieri un vero segreto di Stato. Non riguarda le stragi che hanno insanguinato la storia dell’Italia repubblicana dal 12 dicembre 1969 (piazza Fontana) e il 27 dicembre 1985 (seconda strage di Fiumicino), sulle quali non può essere opposto il segreto, come spesso si continua a ripetere a sproposito. Riguarda invece la vicenda della scomparsa in Libano, il 2 settembre 1980, dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo. Da quel giorno di loro nulla si è più saputo. I loro corpi non sono mai stati ritrovati. Era stato il colonnello Stefano Giovannone ad opporre il segreto di Stato, poi ratificato nell’84 dall’allora premier Craxi. Segreto prorogato fino al 31 dicembre 2010 e prolungato poi fino al limite della massima durata di 30 anni da Berlusconi, il 27 dicembre 2010. La durata massima di 30 anni è stata stabilita dalla legge di riforma dei servizi segreti del 2007, che sostituiva quella del 1977. CHI ERANO Sebbene siano stati scritti molti articoli nei 34 anni passati da quel fatale 2 settembre, la scomparsa di Toni e De Palo è una vicenda rimasta ancora sommersa e poco nota nel mainstream dominante dei mass media, come se fosse avvolta da un perdurante «imbarazzo». Chi erano i due giornalisti spariti? Italo Toni, nato nel 1930, era diventato famoso con uno scoop sui campi di addestramento dei guerriglieri palestinesi in Giordania, pubblicato sul settimanale francese Paris Match. Aveva collaborato con L’astrolabio, l’agenzia Notizie e i Diari di Venezia. Graziella De Palo, nata nel 1956, era una brillante promessa del giornalismo investigativo. Anche lei scriveva per L’astrolabio e dal 1980 collaborava con Paese Sera. LE LORO INCHIESTE Come mai, quello che in apparenza sembra «soltanto» un tragico destino che ha coinvolto due giornalisti, è stato avvolto e blindato da un segreto di Stato? Molto probabilmente le vite di Italo e Graziella sono state travolte in quel terribile gorgo politico-diplomatico che ha riguardato (e in parte riguarda ancora) i rapporti tra lo Stato italiano e le organizzazioni palestinesi (l’Olp e il Fronte popolare per la Liberazione della Palestina). Per capire il pericoloso ambito delle indagini che i due giornalisti stavano sviluppando, può essere utile rievocare un passo di un articolo di Graziella pubblicato su Paese Sera del 21 marzo 1980 sul traffico d’armi nel quale era coinvolto il nostro Paese. Nell’articolo si segnalava in «Libano la presenza di un ex-agente del Sid, che insieme ad altri agenti inviati da imprese italiane svolge un ruolo di «base» per lo smistamento delle armi in tutto il Medio Oriente e l’Africa». RAGION DI STATO Toni e De Palo, partiti per Damasco il 22 agosto 1980, giunti a Beirut il giorno seguente, nella zona della città sotto il controllo palestinese, si erano probabilmente avvicinati troppo a qualcuno dei veri indicibili segreti della Repubblica, ossia gli inconfessabili patteggiamenti segreti, una sorta di «accordo di non belligeranza» tra lo Stato italiano e le organizzazioni palestinesi. Il contesto era la sottile trama di quella «diplomazia parallela» che incarnava la «ragion di Stato» e coinvolgeva gli apparati dell’intelligence, la diplomazia «ufficiale», la magistratura. È significativo che l’«ex-agente del Sid», richiamato nell’articolo di Graziella, sia proprio Giovannone, ufficiale dei carabinieri e colonnello dei nostri servizi segreti, dal 1972 al 1981 capocentro a Beirut, snodo centrale nel cuore del delicatissimo scacchiere Mediterraneo. Giovannone, evocato da Aldo Moro in due lettere dalla prigionia brigatista, stese una spessa cortina fumogena intorno a chi cercava di indagare sulla scomparsa dei due giornalisti. I tentativi dell’allora ambasciatore italiano a Beirut Stefano D’Andrea di contrastare Giovannone furono vani, e l’ambasciatore fu sollevato dal suo incarico e trasferito in altra sede. Una sorte analoga subiranno i familiari dei due giornalisti, nella loro disperata odissea alla ricerca dei loro cari. Come si evince dal libro di Nicola De Palo, Omicidio di Stato, poco più di un mese dopo la scomparsa della figlia, la madre – Renata Capotorti – dovette affrontare la freddezza del direttore di Paese Sera (il giornale sul quale scriveva Graziella), il quale si rifiutò di ricevere i familiari. Nel marzo 1981 i De Palo furono ricevuti da Andreotti, all’epoca presidente della Commissione esteri della Camera, che promise di interessarsi e di telefonare loro in seguito. In realtà non si farà più vivo, né risponderà ai tentativi compiuti dai De Palo nei mesi successivi per ottenere da lui un nuovo incontro. I De Palo riuscirono a ottenere un colloquio anche con Arafat, capo dell’Olp, che li rassicurò sulla sorte della loro figlia, accusando del sequestro le milizie falangiste, ma si rifiutò di incontrarli di nuovo, sfuggendo al secondo apuntamento concordato. Anche dalla sede londinese di Amnesty International non giunse mai alcuna risposta o cenno di iniziativa all’esposto che i De Palo avevano inviato nel maggio 1981 . ORA LA VERITÀ È pertanto auspicabile che ora «chiunque vi abbia interesse» possa «richiedere al Presidente del Consiglio dei ministri di avere accesso alle informazioni, ai documenti, agli atti, alle attività, alle cose e ai luoghi coperti dal segreto di Stato», come recita alla lettera l’articolo 39, comma 7, della legge 3 agosto 2007, n. 124. Sperando che non vengano utilizzati pretestuosi cavilli nascosti nei meandri di qualche regolamento attuativo. È una importante prova dei fatti per lo spirito della «trasparenza totale» promosso dal presidente del Consiglio con la delibera del 22 aprile.

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