Attualità

Crolla una scuola in Molise. È strage degli innocenti

Si scava a mani nude per salvare i bambini. I soccorritori: «Le loro voci si sentono di meno»

SAN GIULIANO - A notte fonda il bilancio era di 14 vittime: 12 bambini della scuola e due adulti, due donne morte tra le macerie delle loro case. Ma dentro l’edificio schiantatosi al suolo alle 11 e 32 del mattino c’erano ancora almeno altre 20 persone: 17 piccoli, una maestra. E le loro voci, nella notte, diventavano sempre più flebili. «Si sente distintamente quella di un bambino», spiegava il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Più di trenta altre persone erano state salvate nel corso della giornata. Un bimbo era stato estratto vivo mentre, davanti alla scuola, era arrivato anche il premier Silvio Berlusconi, accolto dalle grida non sempre amichevoli degli abitanti. Le colonne si sono sbriciolate e il solaio ricaduto trascinando con sè un intero piano. La scuola elementare di San Giuliano è diventata così una trappola di polvere e cemento per i bambini, sorpresi dalla scossa mentre cantavano una canzoncina di Halloween. Il terremoto ha colpito duro in un paese che appare in uno scenario di guerriglia urbana come se un gigantesco pugno di ferro fosse stato schiantato sulle case, o un maligno bisturi si fosse divertito a sfregiarlo. Il dramma della piccola comunità molisana è però concentrato attorno alla scuola: lì dentro ci sono figli, ci sono nipoti, ci sono comunque bambini che tutti conoscono, che sono usciti di casa sorridendo. Giovannina Felice, in lacrime si regge ad un’anziana vestita di nero, come una volta: «Lì ho cinque nipoti. Li hanno tirati fuori?» chiede in continuazione. Ha appena detto di aver perso la masseria in campagna dove vive, ma ora non le importa. «Dove sono?», «Chi hanno recuperato?» sono le domande che rimbalzano tra quelle case martoriate, in un dolore eclatante. Gli sguardi sono calamitati da quelle formiche con le tute arancio, gialle, nere: carabinieri, vigili del fuoco, protezione civile, corrono senza tregua sopra un cumulo di macerie che una volta era un tetto. Lavorano con i secchi, in una frenetica catena umana, sanno che lì sotto sono vivi, devono stare attenti ad ogni minimo movimento. I caterpillar premono sulla parete della scuola per evitare che crolli trascinando tutto con sé. Un maresciallo dei carabinieri ha la divisa completamente imbiancata dalla polvere, non sa neppure dove lasciare il berretto: lavora a mani nude. Non porta neppure l’elmetto. Macerie ovunque, ma sotto quella montagna di calcinacci, di spezzoni di cemento armato e di spuntoni di ferro ci sono vite da salvare. La zona è blindata non si entra con alcun mezzo almeno che non sia un’ambulanza o una jeep della forestale o comunque un mezzo di soccorso. Tre chilometri a piedi per raggiungere San Giuliano. Il perimetro disastrato è out anche per i telefonini. Ma pare che proprio con una telefonata dal cellulare una delle due maestre Maria Giannone, sia riuscita ad avvisare all’esterno che i bambini erano vivi e aspettavano solo qualcuno che li tirasse fuori. Sembra, perché le voci sono incontrollate, si inseguono e si allungano. Sembra anche che questa maestra, ironia o provvidenza della sorte, qualche giorno fa abbia insegnato ai bambini come ci si difende dai terremoti, come trovare riparo sotto i banchi. Don Fernando Manna fa la spola tra l’anello dei carabinieri e quanti aspettano di avere notizie. Ogni tanto appare dalla polvere e dalle luci delle fotoelettriche con un bimbo uscito dall’inferno. Attorno fanno domande alle quali il prete non sa dare risposte. In molti, in tanti, non sanno dare una risposta a quegli occhi che interrogano, vogliono sapere cosa stia accadendo in quella zona martoriata. Non sanno dare risposte neppure gli anziani che siedono in strada di fronte alle loro case che non ci sono più o che sono state sventrate dalla scossa tellurica. Chiedono acqua. Una donna fa la spola da un’abitazione ad una conduttura che funziona ancora, ed è una costante processione di bottiglie. Intanto la macchina dei soccorsi procede a strappi ma procede: non è chiaro chi coordini, spesso ci si limita a prendere ordini dai superiori salvo cambiare quando un altro superiore cambia idea. Un carabiniere dice che non sanno chi comandi. I cordoni saltano, e non potrebbe essere altrimenti. Un uomo anziano, che ne ha viste tante in vita sua, chiede dove può portare una donna di 90 anni che intanto siede sulla cassetta di plastica e aspetta, con lo sguardo perso nel vuoto. Non dice una parola, guarda solo il disastro che la circonda. Anche i soccorritori reclamano coperte ed acqua. Beffardamente è rimasto un muretto di mattoni rossi con una cancellata col numero 5. Poco più distante, nel centro storico, una donna anziana sta guardando una casa di pietra di cui qualcuno avventatamente nota la robustezza; lei ribatte in dialetto: «Dentro non c’è più niente, è venuto giù il tetto». Non dice altro, non piange, non si lamenta. In molti non sanno neppure che si sta allestendo una tendopoli per almeno 400 persone al campo sportivo. Alle 19,30 ci sono uomini e donne della Croce Rossa in piedi sul campo illuminato ma non è arrivata neppure una tenda. Le critiche alla macchina organizzativa non mancano, non si sa se per effettive deficienze o per rabbia, la rabbia di non poter far null’altro che aspettare e vedere, aspettare e chiedere. Pochi attimi prima delle 18, vicino alla zona di deflusso dell’ambulanza, il marciapiede ha tremato per qualche interminabile secondo: nessuno si è chiesto se fosse dovuto ai macchinari pesanti che ingolfavano l’accesso, ma il panico si è diffuso in un attimo. Proprio lì, alle spalle, una casa profondamente lesionata non avrebbe mai potuto reggere ad un’altra scossa. Quel budello, che i residenti chiamano Corso, e unico punto di accesso alla scuola è stato sicuramente mal gestito per l’arrivo e le partenze dell’ambulanza. Non è raro che i mezzi si ritrovino uno di fronte all’altro, o che non vi sia spazio per la sosta. Non si sente più il ruggito degli elicotteri che finché è stato giorno volteggiavano come lugubri avvoltoi sopra il paese incastrato tra le colline. Nubi di polvere e muffa, tanto di tragedia. In piazza il monumento ai caduti indica col dito proprio verso la scuola. «TETTO RIFATTO COL CEMENTO» Una scuola su due piani completamente crollata, all’interno era in corso la festa di Halloween con gli alunni dell’istituto comprensivo «Jovine» in via San Giovanni XXIII. Erano le 11,32 quando è stato avvertito un forte boato. «Ho visto cadere tutto i mobili, gli specchi di casa, i bicchieri, ed una nuvola di fumo» è quanto racconta molto provata zi’ Fiorina una donna di 87 anni che abita proprio di fronte alla scuola. «Mi sono venuti a prendere, qualcuno mi ha cacciato fuori di peso» continua a raccontare tra le lacrime la donna. Una scuola costruita quaranta anni fa, con i soldi della Cassa del Mezzogiorno. Due piani sono completamente crollati accartocciandosi uno sull’altro. Pezzi di calcestruzzo, ferri che fuoriuscivano dal cemento, polvere, urla e pianti. Tra le lacrime di disperazione, c’era chi imputava le cause del crollo all’utilizzo di materiali poco adatti, o meglio scadenti. «Sì, la scuola l'hanno ristrutturata ma hanno sbagliato tutto. Hanno fatto i solai di cemento e con lo stesso materiale hanno rinforzato il tetto. E proprio e il solaio ed il tetto, oggi, sono crollati (...)

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.