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Al Cie di Roma in due per protesta si cuciono la bocca

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Torna la protesta delle bocche cucite al Cie di Ponte Galeria, a Roma. Ieri mattina altri due immigrati hanno deciso di fermare le labbra con un punto di filo di ferro per protestare contro la detenzione nella struttura. Ancora una protesta choc, dunque, la terza dal dicembre scorso, quando quindici persone decisero di cucirsi la bocca per denunciare i tempi di permanenza nel Centro, giudicati troppo lunghi. In quella circostanza la mobilitazione aveva un leader, un imam tunisino con procedenti per terrorismo che, grazie al carisma che derivava proprio dalla conoscenza del Corano, era riuscito a coinvolgere alti fedeli che facevano parte della comunità religiosa interna al Cie. Questa volta, però, si tratta di un tunisino e un algerino che alle spalle non hanno nessuno, se non la voglia di lasciare il centro. Si tratta di un ragazzo di 28 anni e uno di 27, entrati nel Cie rispettivamente il 3 luglio e il 22 luglio, entrambi con piccoli precedenti, senza documenti e con poca possibilità di ottenere un permesso di soggiorno. Inoltre, secondo quanto riferito da Giuseppe D'Agostino, funzionario del Garante per i detenuti del Lazio, «per i sanitari avrebbero disagi psichici e disturbi del comportamento». Il tunisino, in particolare, con alle spalle diverse esperienze in galera, sia pure per brevi periodi, aveva lasciato il Cie di Ponte Galeria il 20 maggio scorso, pur non essendo stato identificato, dopo appena un mese di permanenza. «A tutt’oggi - spiega ancora D’Agostino - non è chiaro perché è uscito in così breve tempo e senza documenti. In media prima di lasciare il Centro per una mancata identificazione trascorrono dai cinque ai sei mesi». Un giallo, dunque, che come sempre porta il timbro di una legge sull’immigrazione insufficiente a garantire una reale identificazione dei richiedenti asilo. Nel caso del tunisino, dunque, come in molti altri casi, la storia della sua permanenza sul territorio italiano è fatta di continui ritorni tra carceri, Centri di identificazione ed espulsione e brevi libertà. Una volta fuori dal Cie, senza documenti e senza permesso di soggiorno, è andato in giro per un mese, pur avendo sulla carta l’obbligo di lasciare il Paese entro sette giorni, fino a quando non è stato fermato dalle forze dell’ordine senza documenti e rispedito a Ponte Galeria per l’identificazione. In tutto questo percorso i Consolati dei Paesi interessati quasi mai rispondono in tempo utile, e così i tempi si allungano. Stessa storia per l’algerino che, però, sarebbe alla sua prima permanenza nel Centro di identificazione ed espulsione. Anche lui ha precedenti per piccoli furti e per droga. Come per il suo compagno di protesta, poi, i sanitari hanno riscontrato disturbi del comportamento. Entrambi hanno iniziato lo sciopero della fame, come fecero a dicembre, prima di Natale, altri 15 immigrati. In quella circostanza gli ospiti del Cie si cucirono la bocca utilizzando il filo delle coperte e un pezzo di ferro preso dagli accendini. La protesta e il rifiuto del cibo andarono avanti per giorni, sempre contro le lunghe detenzioni nella struttura. A dirigere la protesta Mohamed Rmida, 32 anni, tunisino, nel Cie dal 7 dicembre scorso e poi espulso dopo qualche mese. Era stato trasferito dal carcere di Viterbo dove aveva scontato l’ultima parte della sua condanna per terrorismo arrivata nel 2011. L’uomo, riconosciuto come imam all’interno della comunità religiosa del Centro, aveva richiesto come altri il permesso di soggiorno, puntualmente negato qualche i controlli e rispedito in Tunisia. Meno di un mese dopo, il 26 gennaio scorso, sette marocchini in attesa del permesso di soggiorno o dell'espulsione tornano a cucirsi la bocca. Ieri il terzo caso in sei mesi. Ancora labbra sigillate, ancora sciopero della fame.

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