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Ucciso l’erede di Falcone massacro firmato cosa nostra

Bomba dilania a Palermo il giudice Borsellino. L’esplosivo sotto casa della madre del magistrato

PALERMO - L’eredita di Giovanni Falcone non deve essere raccolta. Firmato: «Cosa Nostra». Questo il tragico messaggio che la mafia ha dato in una delle prime vere domeniche estive massacrando a Palermo, nemmeno due mesi dopo la strage dell’autostrada, il «naturale» successore di Falcone alla Super procura, quel Paolo Borsellino che, prima di essere collega, era stato idealmente e ideologicamente accomunato al primo giudice antimafia. Il terrificante copione si è ripetuto con il suo inaccettabile carico di vittime: con il magistrato, dilaniati dallo scoppio di una autobomba, hanno perso la vita cinque poliziotti della scorta, fra cui una donna, la prima, fra quante sono pure impegnate nella vigilanza di uomini a rischio, a pagare con il sacrificio personale. L’infernale meccanismo che ricalca quello già attuato nell’83 per eliminare il consigliere istruttore Rocco Chinnici (quattro morti complessivamente), è stato messo in moto utilizzando una automobile imbottita presumibilmente di tritolo, lasciata in sosta davanti all’ingresso dello stabile in cui abitano la madre e la sorella di Borsellino. I professionisti della morte erano quindi a conoscenza di questa «debolezza» affettiva del magistrato, il quale, con cadenza seppur discontinua, non mancava mai di visitare l’anziana madre. Il boato enorme, fragoroso, che è stato avvertito in tutta la città, è avvenuto alle ore 17 in punto. È stato sentito anche nella redazione di Palermo dell’Agenzia Ansa, che centoventi secondi dopo ha trasmesso il primo flash al mondo. Anche in questo caso gli artificieri delle cosche, quasi che fossero impegnati in una lugubre gara al rialzo non hanno lesinato «impegno» e «materiali». La forza d’urto della bomba è stata a dir poco devastante: il magistrato e i suoi collaboratori sono stati letteralmente carbonizzati, una ventina di automobili sono stati aggrediti dalle fiamme, la strada, via Mariano D’Amelio, nei pressi della Fiera del Mediterraneo, alle falde del Monte Pellegrino, per almeno duecento metri disselciata. E ancora: il condominio al numero 19, dal quale Borsellino era appena uscito, è del tutto simile ai palazzi che da settimane ormai le immagini televisive ci consegnano esplorando la guerra civile in Bosnia. Finestre divelte fino al quarto quinto piano, vetri e infissi polverizzati anche negli edifici di fronte, pezzi di auto sui balconi e terrazzi all’undicesimo piano. Oltre ai morti a Palermo oggi si contano anche una ventina di feriti, per lo più inquilini del numero 19 e alcuni incolpevoli passanti. Poco dopo l’impressionante boato, è un ululare di sirene e un convergere dei mezzi delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco nella zona dell’attentato. Le sequenze sono drammaticamente simili alla strage di Capaci. In mezzo al fumo, alle urla dei feriti, al caos conseguente a questo momento di folle aggressione, la ridda di notizie si fa convulsa, si accavallano le voci, si stenta a decifrare obiettivi e movente. Il primo tam-tam, che fa già prefigurare l’inaudita gravità dell’evento, rimanda a un Borsellino ferito. Anche di Falcone, nell’immediatezza si disse che non era morto. La verità atroce arriva con il passare dei lunghissimi minuti. Spetta al procuratore della Repubblica Pietro Giammanco, lo straziante riconoscimento. L’uomo, nonostante che sia avvezzo alla barbarie di questa città, per un istante barcolla. Nella bolgia Manfredi Borsellino, venti anni, uno dei tre figli del procuratore aggiunto. Con movimenti da automa fa una sorta di percorso circocentrico, quasi che abbia paura di doversi arrendere alla disperante realtà. Sarà un collega del padre a stringerlo fra le braccia e a trattenerlo senza dire parola. Fra i rumori e gli stridii si materializza l’allampanata figura di Giuseppe Ayala, neo deputato repubblicano, dieci anni di battaglie giudiziarie accanto a Falcone e Borsellino. Poi in successione il cardinale Salvatore Pappalardo, l’arcivescovo di Palermo, che già tante vittime illustri ha dovuto commemorare, il neo sindaco Aldo Rizzo, magistrato in aspettativa. Più tardi sono arrivati da Roma il ministro dell’Interno Nicola Mancino accompagnato dal capo della polizia Vincenzo Parisi e a tarda sera il ministro della Giustizia Claudio Martelli. FAVORITO ALLA «SUPERPROCURA» «Lo candido io»: con queste tre parole il 28 maggio, cinque giorni dopo l’uccisione di Falcone, l’allora ministro dell’Interno, Vincenzo Scotti rispondendo alle domande di un giornalista propose Paolo Borsellino alla direzione della Superprocura. Una proposta di riapertura dei termini avanzata insieme con il ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, per consentire di partecipare aveva detto il Guardasigilli anche a quei magistrati che avevano rinunciato a candidarsi ritenendo di non aver possibilità di successo in una competizione con Falcone. Una candidatura che era sembrata quasi automatica e che vedeva ancora una volta Borsellino subentrare a Falcone così come era successo per la sua nomina di Procuratore aggiunto a Palermo, avvenuta in coincidenza con la nomina di Falcone a direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia. Il nome di Borsellino ebbe subito l’appoggio dei suoi ex colleghi del pool antimafia «chiederò al presidente della Repubblica che sia Paolo Borsellino a ricoprire la carica di capo della Superprocura» affermò Antonino Caponnetto, ex capo dell’ufficio Istruzione di Palermo - ma finì per inasprire ancora una volta i rapporti tra Martelli e il Csm. Per permettere a Borsellino di presiedere la Superprocura, infatti, occorreva riaprire i termini del concorso ma il Csm si oppose confermando, in pratica, la sua scelta per Agostino Cordova, che ora, dopo l’assassinio di Borsellino, non dovrebbe più avere altri avversari per la nomina a Superprocuratore. Per superare l’«impasse», Martelli cominciò a pensare ad un provvedimento legislativo e individuo lo strumento nel maxidecreto antimafia ma all’ultimo momento il governo decise di non prendere alcuna decisione in attesa della decisione della Corte costituzionale sul conflitto Csm-Martelli. Questo conflitto «esploso» sulla nomina di Pasquale Giardina a presidente della Corte d’Appel1o di Palermo ed in particolare sul «potere di concerto», è stato risolto dieci giorni fa dalla Corte costituzionale con l’invito a Csm e ministro di Grazia e Giustizia a realizzare «un’adeguata attività di concertazione ispirata al principio della leale cooperazione», e che solo in caso di prolungato disaccordo «il ministro non può rifiutare di dar corso alle delibere dell’organo di autogoverno dei magistrati». Una decisione che era in questi giorni all’esame degli esperti di via Arenula per studiare la strada migliore per rilanciare la candidatura di Borsellino alla direzione della Superprocura e che invece è stata superata in una domenica di luglio da una vecchia «600» imbottita di esplosivo, che ha messo fine alla vita di un magistrato in prima linea.

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