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«Vi spiegò perché i governi ci spiano»

Il gestore «In Italia 605mila richieste di numeri» Il Garante della privacy: «Non è tollerabile»

Hollywood l’aveva già raccontato nel 1998 con «Nemico pubblico», il film con Will Smith e Gene Hackman che racconta di come le agenzie governative spiino i loro «sudditi» in ogni angolo del paese. Poi ne avevamo avuto la prova con le rivelazioni di Edward Snowden, il consulente dell’Agenzia per la Sicurezza nazionale americana che ha spifferato l’esistenza dei programmi di sorveglianza del governo statunitense. Ieri, dopo che le acque sembrano essersi chetate, è saltato fuori il rapporto Vodafone «Law Enforcement Disclosure», un documento col quale la seconda più grande compagnia di telefonia mobile al mondo rivela come alcuni governi controllino «direttamente», senza autorizzazione alcuna, le linee telefoniche dei cittadini, senza che l’azienda riceva alcuna richiesta da parte dei governi, i quali hanno già la possibilità di intercettare le telefonate dei cittadini. A parlare è stato Stephen Deadman, dell’ufficio privacy di Vodafone: «Stiamo chiedendo che venga fermato questo accesso diretto utilizzato dalle agenzie governative per ottenere i dati», ha affermato, invitando poi i governi «a scoraggiare le agenzie e le autorità a insinuarsi nelle infrastrutture di comunicazione di un operatore senza un mandato legittimo». Ma lo stesso rapporto svela anche che fra i Paesi che invece passano attraverso un «mandato legale», nel 2013 a richiedere il maggior numero di «metadati», cioè informazioni su numero di telefono, luogo di chiamata, orario, ecc, c’è proprio l’Italia: 605mila. Un numero che si riferisce solo alle richieste fatte a Vodafone. Per fare un confronto, la Spagna si ferma a 48mila, il Portogallo a 28mila. Ieri il presidente dell’Autorità garante per la Privacy in Italia, Antonello Soro, ha definito «non tollerabile che i governi svolgano un’opera di sorveglianza così massiva, generalizzata e indiscriminata» aggiungendo che «non è accettabile che accedano direttamente alle telefonate dei cittadini senza un provvedimento della magistratura». Abbiamo chiesto un’opinione a chi di queste faccende se ne intende, il super esperto informatico Gioacchino Genchi. Partiamo dal dato italiano. Siamo al primo posto per numero di richieste di metadati. «In realtà non possiamo saperlo, perché le intercettazioni italiane sono monitorate, mentre quelle di molti altri Stati no. Le statistiche italiane danno picchi altissimi perché le intercettazioni da noi sono documentate, avvengono attraverso un sistema legale di controllo. E poi da noi c’è un tasso di criminalità molto più alto». A parte il parallelo con altri Paesi, 605mila richieste non sono troppe? «Le intercettazione sono indispensabili, ma va verificato l’operato dei pm. Ed è urgente separare le carriere fra giudice e pm. Solo così un giudice sarà in grado di dire “no” a un pm che pretende di intercettare troppo. Si fanno troppe intercettazioni nel senso che si fanno male, senza nessuna analisi preventiva. Lei sa che il 95% delle intercettazioni sono inutili? Soldi buttati. E sa perché succede? Perché tanto nessuno paga il danno economico, nessuno port a il conto al magistrato». È sorpreso dalle rivelazioni contenute nel “Rapporto Vodafone”? «Faccio una premessa. Oggi col sistema Gsm le intercettazioni che prima potevi fare solo in Italia, le puoi realizzare anche all’estero. Vodafone è globale, Tim è globale. Le reti telefoniche internazionali sono ormai interconnesse. È dunque ovvio che la disposizione che arriva in certi Stati senza intermediazione giudiziaria, espone l’utente mobile globale di tutto il mondo a essere intercettato. In Italia puoi anche avere una normativa che prevede si possa intercettare solo per certi reati e per una certa durata, ma se il tuo telefono viene captato in un altro Stato, non puoi più far valere le garanzie italiane. Questo non significa che, per fare un esempio, dall’Italia ci si sposta a San Marino o in Lussemburgo per evitare l’autorizzazione del gip. In ogni caso, non siamo di fronte a una novità». Vodafone chiede a questi nove Stati di fermare l’accesso diretto e di prevedere un “mandato legittimo”. «Vodafone solleva mediaticamente un problema legittimo perché comincia ad avere paura delle conseguenze, in quanto negli Stati in cui opera in regime di concessione e nei quali i governi o altre autorità gli possono chiedere di svolgere delle intercettazioni, si pone un problema di “disvalore” che non permette di fornire certe garanzie, come spiegavo poco fa». Dunque è un allarme giustificato? «Vede, in Italia, per capirci, non si possono fare intercettazioni per pascolo abusivo ma solo per certi reati, come mafia, rapina e molti altri. Se uno Stato domani vuole consentire le intercettazioni anche per reati per cui oggi non le prevede, Vodafone non può certo sindacare, ma solo attuare le disposizioni che gli arrivano o dall’autorità giudiziaria o dalla polizia o ancora dai servizi di sicurezza. Vodafone non può sollevare contestazioni sul perché, su quante o sulla mancanza di autorizzazione giudiziaria. In ogni caso loro, attraverso questo rapporto, cercano di orientare le legislazioni internazionali per attuare un protocollo maggiore di tutela della privacy. Ma dovrebbe occuparsene l’Onu, la Comunità Europea o gli stessi Stati». Però le compagnie, per dirla in modo semplice, “ci stanno”. «Le intercettazioni sono un business. Lei ha mai visto i gestori dei distributori di benzina fare campagne ecologiste per diminuire il consumo del gasolio? Anche se, questo va detto, a guadagnarci con le intercettazioni non sono tanto le aziende telefoniche, che rendono un servizio di trasferimento dell’intercettazione, ma le tante ditte che lavoravano con le procure. Le aziende fanno solo sì che l’intercettazione captata arrivi a destinazione». Stati che intercettano senza autorizzazione. C’è chi parla di “scenario da incubo”. «C’è molta più morale, più etica e correttezza nell’uso delle intercettazioni negli Stati dove non c’è il controllo dell’autorità giudiziaria che non in quello dove esiste. In quegli Stati, infatti, i contenuti delle intercettazioni non trapelano». Finché non spunta un giovanotto di nome Snowden che mette sotto scacco quegli stessi Stati. «In quel caso si tratta di una violazione del sistema. E poi l’umanità si nutre di verità, perciò chi lo dice che sia uno svantaggio?».

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