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Rubati 100 mila euro nell’ambasciata italiana a Mosca. Maresciallo a processo

Diplomatici di carriera e militari in trasferta. Appartamenti da comprare in contanti e uffici di ambasciate (considerati tra i più sicuri nella variegata galassia degli uffici della pubblica...

Diplomatici di carriera e militari in trasferta. Appartamenti da comprare in contanti e uffici di ambasciate (considerati tra i più sicuri nella variegata galassia degli uffici della pubblica amministrazione italiana) depredati nottetempo e senza particolari problemi: sembra la sceneggiatura di un filmetto giallo di serie B e invece e la disavventura in cui, suo malgrado, si è venuto a trovare invischiato Stefano Varrecchia, all’epoca dei fatti (siamo nel 2006) primo segretario dell’ambasciata italiana a Mosca che, sul punto di acquistare un appartamento in Russia, si è visto sottrarre quasi 100 mila euro che erano rinchiusi nella cassaforte del suo ufficio. Una storia complicata che vede sul banco degli imputati G. A., 55 anni, militare in forza nella sede diplomatica di Mosca, dove svolgeva il compito di consigliere della sicurezza: ruolo che gli avrebbe consentito di intrufolarsi indisturbato nell’ufficio di Varrecchia e di prelevare la valigetta piena di denaro che lo stesso primo segretario (poi promosso console) aveva riposto nella cassaforte della sua stanza in attesa di saldare il conto per l’acquisto di una casa. Una storia dai contorni sfocati che è approdata davanti al giudice che, tra rinvii e udienze che saltano (visto che molti dei testimoni sono diplomatici di carriera e sono spesso impossibilitati a lasciare i loro uffici per raggiungere il Tribunale) dovrà tentare di venire a capo di questo furto eclatante. Secondo quanto ipotizzato dal pm Bombardieri (ora in forza a un’altra procura) il militare «si impossessava al fine di profitto della somma sottraendola a Varrecchia dalla cassaforte del suo ufficio nell’ambasciata medesima, fatto aggravato per essere stato commesso all’interno dell’ambasciata d’Italia, con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla propria qualità di pubblico ufficiale e con l’abuso delle relazioni d’ufficio di comandante presso l’ambasciata d’Italia nella federazione russa». Una storia surreale da qualunque punto di vista la si osservi questa del furto nel cuore della diplomazia italiana a Mosca: dal primo segretario che si fa scortare in banca per ritirare una forte somma di denaro (somma che sarebbe dovuta essere versata per l’acquisto, in contanti, di un appartamento) e che lascia 75mila euro (personali) nella cassaforte (pubblica) dell’ufficio, al responsabile della sicurezza dell’ambasciata che, sostiene l’accusa, avrebbe utilizzato la sua conoscenza dei luoghi (e del fatto che in una cassaforte deputata a contenere documenti si trovassero migliaia di euro) per rubarli, sullo sfondo di un posto (la stessa ambasciata) che da una parte rappresenta la Repubblica all’estero, dall’altra dovrebbe essere tra gli uffici più inviolabili. E poi gli operai che proprio in quei giorni stavano eseguendo dei lavori di ristrutturazione dell’edificio che ospita l’ambasciata – e che in questo processo non ci sono proprio entrati – per una storia su cui il cinema italiano avrebbe potuto girarci l’ennesimo capolavoro dell’assurdo. A dicembre si ricomincia, con l’audizione dell’allora ambasciatore italiano Facco Bonetti che, all’epoca dei fatti, era il diretto superiore di entrambe la parti in causa.

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