È opinione ormai largamente diffusa quella secondo cui a Roma andare in bicicletta sia un’attività più vicina allo sport estremo che non al semplice sportarsi in città in maniera alternativa. Certamente una delle cause di tale opinione sta nell’atavico deficit che la Capitale ha in fatto di piste ciclabili. Ma questo ognuno lo può vedere da sé. Quello che non tutti sanno, forse, è che a volte i pericoli maggiori per un ciclista si nascondono proprio lungo le piste ciclabili di Roma. Ozioso paradosso? Purtroppo no: i percorsi ciclabili di Roma sono spesso abbandonati al peggior degrado, tra rifiuti, voragini, rottami e alberi abbattuti. Il percorso ciclabile Tevere (che va da Castel Giubileo a via Ostiense) è, in tal senso, un famoso quanto triste esempio. Abbiamo allora deciso di verificarne lo stato, percorrendolo in bici da Ponte Milvio fino a via Portuense, scoprendo che la situazione è - in certi casi - persino peggiore di come viene di solito descritta. Eccone la cronaca. Le brutte sorprese iniziano presto, già pochi metri dopo l'imbocco di Ponte Milvio: il terreno è in moltissimi punti pericolosamente dissestato, con ramificate crepe e parti di asfalto mancanti - e un ciclista sa bene quanto queste cose possano essere pericolose - senza contare le immancabili pozze d’acqua sotto le quali si celano insidiose buche. Proseguiamo verso il Foro Italico cercando di evitare - non senza una certa dose di abilità - le centinaia di rami e rametti disseminati sulla strada, solo apparentemente innocui: questi, infatti, sono detriti capaci di forare facilmente un copertone, e addio bella passeggiata in bicicletta. Poco dopo il Ponte della Musica termina questo primo tratto da noi affrontato e il percorso risale all’altezza del Lungotevere della Vittoria, non prima però di averci regalato la degradante visione di un motorino riverso a terra e seppellito da un cumulo di copertoni, proprio di fronte ad una baracca che affitta biciclette (ironie della sorte). Il tratto che affianca il Lungotevere della Vittoria presenta criticità simili al precedente, sebbene in quantità minore: qui a fare la parte del leone sono le radici degli alberi che con potenza primitiva gonfiano l'asfalto dando vita a dossi così alti che farebbero la felicità di molti freestyler. Ma noi non siamo acrobati e così proseguiamo cauti e adagi fino a che, poco prima di Ponte del Risorgimento, il percorso ridiscende sulla banchina lungo il Tevere. Una volta percorsa la troppo ripida discesa che porta alla banchina, ci troviamo davanti una situazione agghiacciante - per usare un eufemismo. L'ultimo tratto della discesa, il più ripido, è interamente ricoperto da circa 20 centimetri di un fango nero e lucido, sul quale scivoli e affondi insieme. Scendere con la bici ovviamente non si può - nemmeno uno stuntman potrebbe -, e a piedi tentiamo l'impresa. Dopo cinque minuti e non senza qualche rischio approdiamo sulla banchina ma vediamo che anch'essa è ricoperta da uno strato di fango più sottile ma non meno pericoloso. Rinforchiamo comunque le nostre bici e lentamente pedaliamo: il paesaggio è difficile da descrivere. Potremmo dire di essere dentro una scenografia di un film surrealista in cui una strada nera e lucida (semplicemente fangosa nella realtà) scricchiola sotto una ruota mentre tutto intorno alberi con buste di plastica colorate al posto delle foglie (il Comune di Roma sul sito web li chiama "notevole presenza di vegetazione spontanea") frusciano al passare del vento…ma ecco che una frana sul lato destro della strada ci riporta alla dura realtà. Oltre al fango e all'immondizia annidata tra gli alberi, scopriamo dopo qualche metro che la strada è interrotta. Non potendo proseguire oltre torniamo indietro risalendo la ripida discesa fangosa da cui provenivamo (c'è anche un asciugamani elettrico abbandonato) e torniamo sul Lungotevere dell'Armi. Tentiamo di tornare sulla banchina all'altezza di Ponte Matteotti, ma anche qui niente da fare: la strada è interrotta da una massa fangosa stavolta invalicabile. Torniamo di nuovo in superficie e percorriamo il Lungotevere, senza pista ciclabile, fino a Ponte Cavour, dove troviamo una scalinata utile per scendere di nuovo. E anche qui, ancora fango: gli ultimi dieci scalini sono seppelliti sotto uno spesso strato di fango, questa volta più sabbioso che scivoloso. Sulla banchina la musica non cambia, per interi tratti la pista ciclabile semplicemente sparisce coperta dalla solita scivolosissima, pericolosissima fanghiglia, come tra Ponte Umberto I e Ponte Sant'Angelo. Qui vediamo decine di persone camminare con passo incerto e rischiare rovinose cadute ogni due metri e ciclisti costretti ad abbandonare la banchina, sotto lo sguardo dei tanti gabbiani presenti. Il fango non è un problema, certo, loro volano. Subito dopo Castel Sant'Angelo la situazione pare migliorare, ma è solo una pia illusione. All'altezza di Piazza Trilussa troviamo l'incredibile: qualcosa oltre il surrealistico, oltre persino il degrado. Il passaggio sotto il ponte è completamente ostruito da un enorme tronco d'albero incagliato orizzontalmente tra l'argine e il pilastro del ponte. E' difficilissimo superarlo a piedi, figurarsi in bici. Non conoscendo la situazione, si potrebbe pensare ad un'installazione d'arte messa lì apposta. Purtroppo non lo è e, superatolo con doti da contorsionisti, proseguiamo fino a via Ostiense senza grosse difficoltà, o almeno non paragonabili a quelle incontrate finora. Alla fine dell'avventura - è questo il termine giusto per la nostra "passeggiata" - resta il grande rammarico per tanta grande bellezza così malamente dissipata, oltre che per l'inaccettabile incuria in cui versa questa pista. Già, perché quello del Tevere potrebbe essere un percorso unico al mondo. Nel senso della bellezza però, non del degrado.
Pedalata «estrema» in mezzo al fango tra crepe, dossi, rifiuti e alberi caduti
In bici da Ponte Milvio a Portuense. I pericoli di una passeggiata sul percorso disastrato
