Definire pavida e tartufesca la linea dell'Unione europea sull'Ucraina è un eufemismo. Riassumiamo: ai confini della Ue, una frontiera che va dalla Polonia alla Romania passando per Slovacchia e Ungheria, è in corso una repressione violentissima da parte del governo filo-russo di Viktor Ianukovich, che imbarazza perfino Vladimir Putin. Le fonti sono tutte inattendibili, anche quelle dei dimostranti, ma i morti sarebbero oltre cento. Nei giorni scorsi anche l'opposizione aveva perso il controllo della piazza, dove prevalgono forze di estrema destra ed i consueti lord delle armi. Una situazione simile alla Cecenia tra il 1991 e il 1999: solo alle porte di casa. Ancora più strategici sono gli antefatti. Kiev stava trattando l'adesione all'Unione, con tutte le solite clausole su deficit e debito nelle quali sguazzano i contabili di Bruxelles. La Russia vuol tenere l'Ucraina saldamente sotto controllo, perché il paese ha una forte economia manifatturiera e commerciale, poi perché è un crocevia di gasdotti e oleodotti, infine per gli aspetti simbolici cari al nuovo zar del Cremlino: lì è nata la civiltà russa, lì è la culla della religione ortodossa. Le tensioni tra establishment filo-russo e movimenti europeisti dominano da anni i media mondiali: dalla rivoluzione arancione all'arresto di Yulia Tymoshenko. Ma l'Europa e l'Occidente (nella partita c'è anche la Nato), hanno mandato i negoziati per le lunghe, fino a stringere la trattativa proprio all'inizio dell'inverno 2013. Cioè nella stagione nella quale il paese resta invariabilmente a secco del gas proveniente dalla Russia, che chiude i rubinetti, e che è all'origine di debiti per 13 miliardi di dollari, oltre che dell'impossibilità di riscaldarsi e mandare avanti le fabbriche. Così, mentre il 29 novembre i pezzi grossi della Ue aspettavano gli ucraini a Vilnius in Lituania, Putin ha aperto il portafoglio offrendo a Kiev l'azzeramento dei debiti e la fornitura di gas a prezzo dimezzato. L'Europa, stupefatta, ha «rilanciato» con 680 milioni di euro tra risparmi doganali e «implementazione delle riforme» e la promessa di altri 600 a riforme avvenute. È un segreto di Pulcinella che in tutto questo ci siano le impronte digitali della Germania, con l'asse privilegiato tra Angela Merkel e Putin su energia in cambio di export tedesco nella Russia, della Francia, ed anche dell'Italia, secondo partner commerciale dell'Ucraina e in ottimi rapporti energetici con Putin. Da qui le minacce di sanzioni contro Kiev, forti nei toni ma inconsistenti nella sostanza. Esempi? Josè Manuel Barroso, presidente della Commissione, condanna «chiunque sia responsabile delle violenze» (e chi lo stabilisce?); la Merkel telefona a Ianukovich sollecitando «dialogo e riforma della Costituzione»; infine ecco Emma Bonino, il nostro ministro degli Esteri: «Ho come l'impressione che la crisi sarà piuttosto lunga. Dunque L'Europa deve agire in modo molto deciso, ma anche graduale». Ma davvero? Logico che di fronte a una simile esibizione muscolare uno come Putin se la rida. Potremmo anche, cinicamente, disinteressarci della democrazia in Ucraina. In fondo non stiamo facendo altrettanto conla Siria, con i Brics, le grandi economie emergenti di Brasile, Russia, India Cina e Sud Africa? In particolare noi italiani le abbiamo prese un po’ da tutti, Brasile (vicenda Cesare Battisti) e India (i nostri marò) in testa. E dunque perché abboccare alle finte ritorsioni dell'Occidente, un cane che abbaia ma non morde mai? Invece sono questi, secondo noi, gli aspetti sui quali dovremmo riflettere. Un’Europa che si preoccupa solo dei propri decimali; e che le sanzioni le minaccia seriamente solo contro la Svizzera dopo il referendum anti-immigrati. Una Nato che dai tempi di Ronald Reagan non fa più paura a nessuno. Gli Usa che dopo le disfatte nelle primavere arabe e in Siria prendono sempre botte, politiche e strategiche, dall'Est del mondo. Un Occidente inginocchiato di fronte alle pseudo-democrazie e relativi fondi sovrani. Una diplomazia multilaterale che - come si è appunto visto con Massimiliano Latorre e Salvatore Girone - serve solo ad alimentare pingui stipendi di funzionari e osservatori. A proposito: che fine ha fatto l'Onu?
Le sanzioni Ue sono una farsa. Ma dov’è l’Onu?
di Marlowe
