Di racconti strazianti che hanno avuto per protagonisti italiani infoibati, il libro di Carla Cace «Foibe ed esodo. L’Italia negata» ne contiene molti. Fra questi c’è la testimonianza che nel 2009 Licia Cossetto, morta a ottobre, ha voluto lasciare all’autrice. È il racconto del dramma vissuto da sua sorella, la martire Norma Cossetto, che a 23 anni fu violentata da 17 titini e poi buttata viva in una foiba. I «ricordi di una sopravvissuta» è il racconto di un supplizio senza fine patito da una giovane ragazza italiana di cui nessuno, per decenni, ha mai parlato. Scrive Licia Cossetto: «Dopo l’8 settembre, i titini, appena arrivati nelle nostre terre, hanno cominciato a venire casa per casa (....). Eravamo terrorizzati, ognuno di noi temeva quei colpi alla porta, premonitori di morte». La sorella, invece, voleva continuare a vivere con normalità: «Norma si mostrò calma e continuò le sue ricerche per la tesi di laurea (...). Quando fu arrestata la prima volta era domenica 26 settembre, di mezzogiorno, arrivò una motocicletta da cui scese un giovane che conosceva e le chiese se poteva andare con lui perché al comando la volevano per delle informazioni. Senza alcun timore Norma salì sulla motocicletta e via(...). Decisero di liberarla perché tra quei guardiani improvvisati c’era qualcuno che conosceva. Ma dopo qualche giorno venne arrestata nuovamente con tutte le tragiche conseguenze che sappiamo (...)». La mamma sentì subito che qualcosa di tragico era accaduto: «La notte che mia sorella è stata uccisa e gettata nella foiba, dormivo nel letto con mia madre ed è stata lei di colpo a svegliarsi dicendo di sentire Norma che la chiamava. Mi pregò di andare a vedere alla finestra, lo feci ma non vidi nessuno. Qualche giorno dopo venimmo a sapere che proprio a quell’ora era stata infoibata». Se negli anni successivi Licia trovò un po’ di conforto, è per il ricordo del corpo della sorella rimasto bello, limpido, pulito nonostante fosse stato seppellito nella foiba per oltre due mesi: «L’unica cosa che ancora oggi attutisce un poco il mio dolore, durante le notti in cui non riesco a prender sonno, è il suo corpo rimasto intatto dopo moltissimi giorni laggiù nella foiba, quasi come se il Buon Dio avesse voluto graziarlo dopo le atroci sofferenze patite. Ho saputo di ciò leggendo il verbale stilato dal maresciallo Arnaldo Harzarich che il 10 dicembre, dopo ben sessantasette giorni, recuperò, con grande coraggio scendendo nella foiba di villa Surani, il corpo di Norma e quello di altre sfortunate vittime». Dopo 63 anni Licia ha visto lenire il suo dolore. È il febbraio 2006 e da poco il Quirinale le ha consegnato la medaglia d’oro al valore civile per la sorella. Licia si trova coi nipoti in Senato mentre è in corso una seduta. Si alza in piedi il presidente dell’epoca, Marcello Pera, e annuncia la sua presenza. Allora tutti i senatori si alzano a loro volta per applaudirla: «Un fatto imprevisto che è riuscito a smuovere il mio risentimento celato in fondo all’animo – pensò Licia -, momenti indimenticabili che mi hanno ripagata di una vita di silenzio. Allora, mi sono detta, la giustizia c’è a questo mondo».
Norma, violentata da 17 slavi e poi gettata nella fossa carsica
Di racconti strazianti che hanno avuto per protagonisti italiani infoibati, il libro di Carla Cace «Foibe ed esodo. L’Italia negata» ne contiene molti. Fra questi c’è la testimonianza che nel 2009...
