È un mondo complesso quello che gravita attorno allo smaltimento dei rifiuti: regole da rispettare, controlli da superare, procedure da seguire. Un mondo complesso che, nel caso di Malagrotta, veniva però bypassato grazie al paradosso che vedeva il controllore – Fabio Ermolli, responsabile Arpa Lazio su suolo, rifiuti e bonifiche – nelle vesti di subordinato del controllato stesso: cioè il ras di Malagrotta Manlio Cerroni. Un connubio strettissimo che consentiva al gestore della più grande discarica d’Europa, in barba all’evidente conflitto d’interessi, di smaltire parte dei rifiuti senza rispettare alcuna regola. Paradigma evidente di questo sistema "aggiustato" di controlli è il modo con cui da Malagrotta vengono occultate alcune cisterne di rifiuto liquido che i controllori, attesi per l’indomani, non devono vedere: «Dice domani rivanno – dice Cerroni, riferendosi ai tecnici Arpa, ad un suo collaboratore – non solo loro, questi dell’arL’ibntia ma un po’ tutti... forse lo stato maggiore eccetera... mo lui mi diceva, che c’è un reparto là della acque, non so cose che c’ha un paio di cisterne da eliminare che tra poco ti avrebbe chiamato a te... Per fare in modo che questi non le trovassero, non le vedessero!». Ma non sono solo le cisterne a dover scomparire dalla vista dei controllori. C’è anche il discorso dei fanghi che dovrebbero essere trattati e smaltiti seguendo una procedura minuziosa. Procedura che avrebbe dovuto essere completata in altri siti meglio attrezzati, visto che a Malagrotta, nel periodo preso in esame dagli inquirenti, mancano gli strumenti adatti. «Tra parentesi – dice a Giovi un suo collaboratore nel corso di una telefonata intercettata dalle forze dell’ordine – una di quelle che ha firmato quei rapporti che... sono stati fatti... e... due o tre viaggi... e... per lo smaltimento di fanghi... a lei risulta qualche cosa?... Sarebbero stati fatti verso impianti esterni?». Una domanda legittima a cui Giovi, candidamente risponde che «no questo proprio non so niente. Ma ingegnè... a me me... non so se ci siamo capiti... me risulta n’altra cosa insomma...». Dichiarazioni che sembrano lasciare pochi dubbi su come siano stati in effetti smaltiti i rifiuti in esame. «A Giovi dunque – scrivono ancora i carabinieri del Noe – non gli constava lo smaltimento in altri impianti esterni dei fanghi prodotti dal gassificatore, lasciando intendere come viceversa gli stessi rifiuti avessero avuto uno smaltimento illecito all’interno del sito di Malagrotta». E se lo smaltimento dei fanghi rappresenta un problema, le cose peggiorano quando si parla di rifiuti liquidi: un problema che a Malagrotta "risolvevano" nel peggiore dei modi. Pietro Giovi, gestore della discarica parla al telefono con un suo collaboratore. I due discutono su una pompa idraulica che deve essere ancora installata e senza la quale, i rifiuti liquidi non possono essere veicolati per il trattamento: «Esatto se poi mette de corsa sta pompa eeeeee vede de ricircolarla perché questa puzza e io per strada non posso buttarla più so due–trecento metri cubi al giorno e... lo capisci da solo insomma... il quantitativo che è tanto capito, perché un conto è 20-30-40 metri cubi al giorno va bene, ma è enorme». «Non è dato sapere se il rifiuto sia stato prodotto dal gassificatore – annotano amaramente i militari – ovvero dall’impianto di discarica, ma un dato è certo: trattasi di un rifiuto liquido, maleodorante, e che fino ad allora veniva in quantità ingente sversato illecitamente per strada».
Malagrotta, «I fanghi? Buttali lungo la strada»
I fanghi prodotti dal gassificatore e i rifiuti liquidi venivano smaltiti a Malagrotta dove non esistevano gli impianti adatti
