Attualità

Congo nel sangue Sos dei genitori italiani

Romani bloccati coi figli adottivi: ora clandestini

Gli hanno tolto il visto, sono diventati clandestini, se non tornano a Roma rischiano l’arresto ma senza i bimbi adottati che portano già il loro cognome, e hanno già imparato a dire «mamma» e «papà» in italiano, non torneranno a Roma. C’è un dramma nel dramma nel Congo bagnato di sangue, 40 ribelli morti e giornalisti rapiti negli scontri durante l’assalto alla tv di stato e all’aeroporto a Kinshasa. È il dramma che stanno vivendo nella capitale congolese 24 coppie di genitori adottivi italiani, almeno cinque le coppie romane, dopo il blocco delle adozioni internazionali. E ora che il Congo è nel caos temono per la loro vita. «Ci hanno detto che dobbiamo stare chiusi in casa» hanno spiegato anche se le autorità locali dicono di aver ripreso il controllo dei punti nevralgici di Kinshasa. Ma per i nostri italiani non è cambiato niente. «Senza i bambini che hanno adottato e che hanno con loro non torneranno a casa, rischiando anche il carcere dopo che i loro visti sono stati bloccati». A spiegare la situazione dei nostri connazionali è il padre di uno dei genitori adottivi romani, Fernando Stefanelli, 78 anni, ex dirigente Inps, residente nel quartiere Marconi. Lui è il padre di Dario Stefanelli, 44 anni, funzionario Eni, bloccato in Congo con la moglie Barbara, che abitano a Villa Bonelli, nell’ex XV Municipio. «È il nostro territorio» dice il capogruppo Pdl Marco Palma che chiede che «sia alzata l’attenzione del Governo sul caso per un giusto lieto fine» che interessa almeno altre quattro coppie romane fra le 24 in Congo. «Mio figlio e mia nuora - racconta Stefanelli - si sono rivolti all’ente "I cinque pani" per un’adozione internazionale e sono partiti per Kinshasa il 7 novembre - spiega - hanno adottato un bambino che porta gia il loro cognome, di 4 anni, Moise e sta con loro. Inizialmente dovevano partire il 4 ottobre, partenza rinviata perché il Congo aveva bloccato le adozioni. Poi il colloquio che la Kienge aveva avuto con le autorità, e un mese dopo l’ente ha detto che era tutto ok, sono partiti il 7 novembre, con tutte le autorizzazioni. Dovevano restare il tempo delle procedure per il visto del bimbo, poi il nuovo blocco delle adozioni. Il giorno dopo il loro arrivo a Kinshasa, l’8 novembre, Moise era con loro. Ha imparato a dire "mamma" e "papà". Ci sentiamo al telefono tutti i giorni, ci chiama già nonni, speravamo di vederlo a Natale. E invece sono passati già due mesi. Poi abbiamo avuto la notizia che c’erano questi scontri, l’aeroporto bloccato, il caos. Ora non arriveranno neanche per la Befana». Nere, le previsioni. «Sono stati bloccati anche i visti sui passaporti. Sono come "clandestini". Tutti possono rischiare anche il carcere - racconta ancora il dottor Stefanelli -. Sono stati invitati a lasciare il Paese. Ma i bambini devono rimanere. Almeno cinque le coppie romane, partite con la stessa associazione. Ma non stanno tutti insieme. Mio figlio con altre 4 o 5 coppie sono in un residence. Altri sono rimasti con i bambini in orfanotrofio. Altre in case private». L’Italia confida nella promessa del premier congolese, Augustin Matata, che si è impegnato a «velocizzare le pratiche per arrivare all’uscita delle famiglie» ha detto il ministro Cecile Kyenge. L’attacco alla tv di Stato del Congo a Kinshasa è stato una risposta alla cattura a Lubumbabshi di alcuni bambini che stavano portando una lettera del profeta Gideon Mukungubila, in cui si denunciavano crimini commessi dai militari e accusava il presidente Joseph Kabila. È quanto si legge in un comunicato comparso su una pagina Facebook che si ritiene gestita da Mukungubila. Quest’ultimo, leader cristiano evangelico attivo in Congo, è stato nominato stamattina dagli assalitori che hanno fatto irruzione nella sede dell’emittente di Stato, i quali si sono detti suoi devoti. Gli hanno tolto il visto, sono diventati clandestini, se non tornano a Roma rischiano l’arresto ma senza i bimbi adottati che portano già il loro cognome, e hanno già imparato a dire «mamma» e «papà» in italiano, non torneranno a Roma. C’è un dramma nel dramma nel Congo bagnato di sangue, 40 ribelli morti e giornalisti rapiti negli scontri durante l’assalto alla tv di stato e all’aeroporto a Kinshasa. È il dramma che stanno vivendo nella capitale congolese 24 coppie di genitori adottivi italiani, almeno cinque le coppie romane, dopo il blocco delle adozioni internazionali. E ora che il Congo è nel caos temono per la loro vita. «Ci hanno detto che dobbiamo stare chiusi in casa» hanno spiegato anche se le autorità locali dicono di aver ripreso il controllo dei punti nevralgici di Kinshasa. Ma per i nostri italiani non è cambiato niente. «Senza i bambini che hanno adottato e che hanno con loro non torneranno a casa, rischiando anche il carcere dopo che i loro visti sono stati bloccati». A spiegare la situazione dei nostri connazionali è il padre di uno dei genitori adottivi romani, Fernando Stefanelli, 78 anni, ex dirigente Inps, residente nel quartiere Marconi. Lui è il padre di Dario Stefanelli, 44 anni, funzionario Eni, bloccato in Congo con la moglie Barbara, che abitano a Villa Bonelli, nell’ex XV Municipio. «È il nostro territorio» dice il capogruppo Pdl Marco Palma che chiede che «sia alzata l’attenzione del Governo sul caso per un giusto lieto fine» che interessa almeno altre quattro coppie romane fra le 24 in Congo. «Mio figlio e mia nuora - racconta Stefanelli - si sono rivolti all’ente "I cinque pani" per un’adozione internazionale e sono partiti per Kinshasa il 7 novembre - spiega - hanno adottato un bambino che porta gia il loro cognome, di 4 anni, e sta con loro. Inizialmente dovevano partire il 4 ottobre, partenza rinviata perché il Congo aveva bloccato le adozioni. Poi il colloquio che la Kienge aveva avuto con le autorità, e un mese dopo l’ente ha detto che era tutto ok, sono partiti il 7 novembre, con tutte le autorizzazioni. Dovevano restare il tempo delle procedure per il visto del bimbo, poi il nuovo blocco delle adozioni. Il giorno dopo il loro arrivo a Kinshasa, l’8 novembre, il figlio era con loro. Ha imparato a dire "mamma" e "papà". Ci sentiamo al telefono tutti i giorni, ci chiama già nonni, speravamo di vederlo a Natale. E invece sono passati già due mesi. Poi abbiamo avuto la notizia che c’erano questi scontri, l’aeroporto bloccato, il caos. Ora non arriveranno neanche per la Befana». Nere, le previsioni. «Sono stati bloccati anche i visti sui passaporti. Sono come "clandestini". Tutti possono rischiare anche il carcere - racconta ancora il dottor Stefanelli -. Sono stati invitati a lasciare il Paese. Ma i bambini devono rimanere. Almeno cinque le coppie romane, partite con la stessa associazione. Ma non stanno tutti insieme. Mio figlio con altre 4 o 5 coppie sono in un residence. Altri sono rimasti con i bambini in orfanotrofio. Altre in case private». L’Italia confida nella promessa del premier congolese, Augustin Matata, che si è impegnato a «velocizzare le pratiche per arrivare all’uscita delle famiglie» ha detto il ministro Cecile Kyenge. L’attacco alla tv di Stato del Congo a Kinshasa è stato una risposta alla cattura a Lubumbabshi di alcuni bambini che stavano portando una lettera del profeta Gideon Mukungubila, in cui si denunciavano crimini commessi dai militari e accusava il presidente Joseph Kabila. È quanto si legge in un comunicato comparso su una pagina Facebook che si ritiene gestita da Mukungubila. Quest’ultimo, leader cristiano evangelico attivo in Congo, è stato nominato stamattina dagli assalitori che hanno fatto irruzione nella sede dell’emittente di Stato, i quali si sono detti suoi devoti.

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