contraddizioni in piazza

Gli antisistema pro sistema e quei “no” mancati in casa

Una generazione ribelle che brama i prodotti di consumo. Mentre i genitori hanno troppa paura dei figli per educarli

Sinceramente non ricordo una generazione ribelle che brama di impadronirsi dei prodotti simbolo del sistema che contesta. E, pur di riuscirci, devasta vetrine e saccheggia negozi. Chiaramente i saccheggiatori non rappresentano per intero una generazione, ma ci impongono una domanda sui valori dominanti della società contemporanea, andando oltre la logica e inevitabile stretta repressiva del governo, come strumento di deterrenza immediata.

Per capire la novità di questa contraddizione, pensiamo alla contestazione e alla controcultura degli anni Sessanta e Settanta. Una parte importante di quel mondo voleva cambiare la società e considerava il consumismo una forma di asservimento. La musica dava voce a quell’immaginario. Giorgio Gaber, in Com’è bella la città, cantava con sarcasmo la metropoli delle vetrine e delle luci che attira tutti a sé. Nel 1971, John Lennon invitava, con Imagine, a pensare a un mondo privo dell’idea di possesso («imagine no possessions»), e due anni dopo i Pink Floyd aprivano Money con il rumore di un registratore di cassa per mettere alla berlina l’avidità consumistica. Si poteva giudicare tutto questo ingenuo, velleitario, utopistico, ma l’orizzonte dichiarato era una società diversa.

Guardiamo alla musica trap di oggi, invece. L’ostentazione della ricchezza è diventata parte del messaggio: Ricchi x sempre di Sfera Ebbasta e Borse Hermès di Capo Plaza lo annunciano già nei titoli. Catene d’oro, orologi, automobili e abiti costosi compongono un repertorio per cui ognuno si realizza solo attraverso i brand che si possono mostrare. L’immagine forse più emblematica è quella di Lazza che, durante un concerto, fa salire sua madre sul palco e le regala una borsa Birkin di Hermès, mantenendo una promessa contenuta nel testo di Re Mida. Certo, è un gesto di gratitudine, ma la sua forma pubblica (e non privata) racconta anche un codice culturale: il successo si materializza in un oggetto di lusso immediatamente riconoscibile, consegnato davanti a decine di migliaia di videocamere pronte a immortalare e a viralizzare.

Non voglio certo attribuire alla musica la responsabilità dei saccheggi, né confondere tra chi costruisce una carriera artistica con talento e chi svaligia un negozio. La musica ci interessa perché esprime un immaginario. E in questo immaginario diventare «milionari» è spesso l’unico modello da raggiungere e il denaro il solo valore di riferimento. Il tanto detestato capitalismo trova così una colonna sonora anche in un’estetica che si presenta come ribelle. Gli antisistema che adorano il sistema. Lo ha riconosciuto, in queste ore, Fedez, dicendo: «A promuovere quella idea di vita e di successo ci siamo noi». E, ai colleghi che celebravano la rivolta, ha replicato che parlano «senza rendersi conto che esposti in quelle vetrine ci sono anche loro».

Ora spostiamoci coi ricordi e pensiamo al movimento no global. All’inizio degli anni Duemila No Logo di Naomi Klein era il testo di riferimento della contestazione contro il potere delle multinazionali. Il marchio simboleggiava un sistema di sfruttamento dal quale liberarsi e le frange che attaccavano le vetrine delle grandi catene rivendicavano quel significato politico. Anche allora ci furono saccheggi e contraddizioni, ma la differenza fra le due logiche è palese: una cosa è colpire un brand perché si vuole distruggere ciò che rappresenta, un’altra è impadronirsi a tutti i costi dei suoi prodotti perché si desidera ardentemente possederli.

Nel 2011, di fronte ai saccheggi che per quattro notti avevano incendiato diverse città inglesi, Zygmunt Bauman aveva parlato di una rivolta di «consumatori difettosi», ossia persone educate a desiderare ciò che non potevano permettersi, in una società che fa del consumo la misura del successo. Consumo, dunque sono, il titolo di un suo libro, riassume perfettamente il meccanismo. Ciò che acquistiamo ed esibiamo diventa la misura di ciò che siamo agli occhi degli altri. L’ingrediente chiave di una falsa identità, fatta di apparenza più che di appartenenza.

I social rendono questa classifica del «successo» visibile in ogni momento: vacanze da sogno, corpi perfetti, automobili costose, case lussuose con piscina. Twenge e Campbell l’hanno chiamata, già nel 2009, «epidemia di narcisismo»: una generazione cresciuta nel culto dell’autostima, convinta di meritare tutto e subito. È chiaro che una società che si appiattisce sull’apparire trasforma la distanza economica in una ferita personale. Non avere certi oggetti può significare sentirsi inferiori, esclusi, invisibili, mentre il successo altrui diventa la prova del proprio fallimento. È un terreno fertile per l’invidia sociale e il rancore, nel quale anche un miglioramento reale della propria condizione sembra irrilevante rispetto a chi appare avere tutto. Il desiderio corre più veloce delle possibilità di soddisfarlo e alimenta rancore a ciclo continuo.

Resta una questione però, l’elefante nella stanza che riguarda il mondo degli adulti. Nel 1979 Christopher Lasch, in La cultura del narcisismo, descriveva una famiglia che aveva ormai ceduto la propria autorità a psicanalisti, televisione, pubblicità, media. I genitori, non sentendosi più in grado di dire di no, oscillavano fra indulgenza e distanza. Il risultato non era un figlio più libero, ma un figlio senza limiti interiorizzati, che cerca negli sguardi altrui la conferma del proprio valore e vive in un presente continuo, senza un passato da cui imparare e senza un futuro per il quale fare sacrifici e rinunce. La crisi dei modelli di autorità, per Lasch, è stata la miccia del narcisismo, nel pieno di una cultura del consumo che fabbrica desideri sempre nuovi. Doveri e fatica, in quella cultura, non sono contemplati.

Quasi mezzo secolo dopo, quella diagnosi è diventata senso comune. Recalcati parla di evaporazione del padre, cioè della sua funzione, che è quella di incarnare un limite. Al suo posto è arrivato il genitore-amico, che teme di perdere l’affetto del figlio e gli risparmia ogni frustrazione. I figli di oggi, nella sua immagine, non sono Edipo che uccide il padre ma Telemaco che lo aspetta. Aspettano che qualcuno riporti le regole in casa. Andreoli è ancora più netto, sostenendo l’educazione è diventata «impossibile» perché gli adulti hanno paura dei propri figli e nessuno si sente più in diritto di esercitare un’autorità. Barber, infine, chiude il cerchio, spiegando perché il mercato non ha alcun interesse a correggere il meccanismo. Un capitalismo che ha da tempo soddisfatto i bisogni reali deve fabbricarne di artificiali, e per venderli gli servono adulti che restino bambini, cioè che preferiscano il facile al difficile, il veloce al lento, l’impulso alla riflessione. Lo chiama ethos infantilista.

Haidt, nella Generazione ansiosa, ha aggiunto l’ultimo tassello. Non è che i genitori di oggi non dicano mai di no. Lo dicono al parco, alla bicicletta, al rientro da scuola a piedi, cioè dove servirebbe un sì, per crescere. E invece non dicono di no allo smartphone a dieci anni. Così abbiamo ragazzi iperprotetti nel mondo reale e abbandonati in quello virtuale, dove la vetrina dell’apparire è aperta ventiquattr’ore su ventiquattro.

Quando la famiglia e la scuola rinunciano a dire i no che contano, il primo può arrivare da un cordone di polizia in piazza Duomo. La repressione può supplire in parte al senso del limite. Ma il problema resta, e non sta in piazza Duomo. Sta in casa nostra.

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