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Parla il fratello di Cuffaro: "Contro Totò accanimento micidiale"

Negati i servizi sociali al detenuto modello Salvatore Cuffaro. Lo sfogo del fratello: "Che giustizia è questa? Che nazione è l’Italia?"

La prima notizia è che Totò Cuffaro non può andare ai servizi sociali. La seconda è che la «pistola fumante» dell’inchiesta, conclusasi con la condanna a sette anni per favoreggiamento alla mafia, non si trova. Non c’è. E, forse, non è mai esistita. E la terza è che è pronta la richiesta di revisione del processo. «È davvero singolare che un detenuto, da tutti definito "modello", qual è stato Totò Cuffaro, non venga riconosciuto all’altezza, così come la nostra Costituzione e il codice penale prevedono, di potere riabilitarsi e concludere la pena in affido all’associazione nazionale ciechi. Che giustizia è questa? Che nazione è l’Italia», si sfoga il fratello Silvio. Per gli assistenti sociali di Rebibbia, infatti, l’ex governatore avrebbe completato nella migliore maniera possibile il percorso di riabilitazione. Dunque, in carcere non dovrebbe nemmeno starci più. Signor Cuffaro, suo fratello aveva chiesto di poter tornare in libertà. Ma i giudici hanno però rigettato l’istanza motivandola con l’assenza di collaborazione alle indagini dell’ex politico. Per il tribunale, avendo avuto contatti stretti con esponenti dell’associazione mafiosa, nel suo ruolo di politico, residuerebbero spazi di "svelamento della verità". «La storia giudiziaria di mio fratello è stata costellata di ombre e di strani accadimenti che hanno permesso una condanna in Cassazione profondamente ingiusta. Come può collaborare con la giustizia chi non ha mai avuto nessun contatto con affiliati o sodali dell’associazione mafiosa così come da verbali processuali di Salvatore Aragona, coimputato e ora pentito? Che cosa può dire se non che si trova in carcere per una ingiustizia?». E qui arriviamo al cuore della vicenda: che tipo di contributo può dare un imputato, condannato con sentenza definitiva, che si è sempre professato innocente? «Rispetto alla ricostruzione dei fatti, per quanto riguarda la sola posizione di Totò, nessuna zona d’ombra è rimasta. E poi: mio fratello non ha diritto forse di professarsi innocente? Dove c’è scritto che bisogna ammettere colpe che non si hanno? Perché questo ricatto? E poi vorrei aggiungere una cosa». Dica... «È davvero lunga la serie di fatti che mi portano a pensare che in Italia appartenere ad una certa classe politica non consenta di avere giustizia. Nonostante tutto sono certo che mio fratello avrà la forza di andare avanti con la stessa dignità che lo ha sempre contraddistinto e che un giorno la verità trionferà sulle bugie e su una falsa verità processuale». Il che introduce il secondo elemento di riflessione: la prova regina dell’inchiesta c’è o non c’è? «Partiamo da un presupposto: tutta l’inchiesta su mio fratello è lacunosa. Non c’è una prova, un indizio sulla colpevolezza di Totò. Faccio qualche esempio: come può avere favorito la mafia chi diverse volte, come da verbali processuali, invita Salvatore Aragona a troncare qualsiasi rapporto con suoi amici mafiosi? Come si può pensare che Totò Cuffaro abbia favorito la mafia se da Presidente della Regione non solo non ha mai finanziato investimenti in favore di soggetti appartenenti alla consorteria mafiosa e finanziando invece presidi ed attrezzature di contrasto alla mafia e legiferando abbondantemente in tal senso? E ancora: come può pensarsi che sia mafioso un politico le cui telefonate effettuate da ben undici utenze telefoniche diverse (un milione e mezzo circa di chiamate) non abbiano mai incrociato numeri o celle telefoniche di appartenenti all’associazione mafiosa?». Non ha però risposto alla domanda: la prova c’è o non c’è. «Ci stavo arrivando. È davvero una vicenda pirandelliana nella sua assurdità, contraddittorietà e lacunosità. Nonostante sia stato celebrato un processo solo indiziario basato su una perizia fatta da un non "perito" su bobine, come da lui stesso dichiarato, manipolate in quanto sono stati tagliati i tempi "morti" senza la presenza della controparte. Bobina originale oggi smarrita e nonostante le reiterate richieste dei nostri avvocati mai consegnataci. Ovvio che abbiamo qualche motivo per ritenere che la famosa intercettazione di Guttadauro: "Veru ragiuni avia Totò Cuffaro" sia in realtà una suggestione. Ben altri esperti, appartenenti all’Arma dei carabinieri, l’hanno ascoltata e hanno detto che è impercettibile. E per questo, insieme all’avvocato Manlio Morcella, abbiamo già pronta la richiesta di revisione del processo. Non finisce qui».

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